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Più cultura per star meglio

Più cultura per star meglio
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Christian Stocchi

Chi ha detto che con la cultura non si mangia? Giulio Tremonti a parte, naturalmente. Ricorderete le sue parole di qualche anno fa, così come le polemiche che ne erano seguite. Va, d’altra parte, rilevato che molti esponenti della nostra classe dirigente, per quanto non lo affermino in modo netto, sembrano esserne piuttosto convinti. Almeno considerando le politiche degli ultimi anni e i peccati di omissione. Come il silenzio, pressoché unanime, sulla cultura nella recente campagna per le elezioni politiche. Peraltro, i numeri dimostrano il contrario: «La cultura si mangia!», come sostengono, fin dal titolo di un loro recente saggio, Bruno Arpaia e Pietro Greco.
La tesi di fondo è supportata dai dati: i Paesi che investono di più in cultura hanno un notevole ritorno in termini di crescita e di Pil. Lasciando da parte gli Stati Uniti, si possono portare esempi forse meno noti ma certamente altrettanto significativi: in Corea del Sud l’industria culturale vale il 15% del Pil, senza contare il 25-30% rappresentato dall’industria hi-tech.
Ma che cosa si intende per cultura? Industria culturale, ricerca e sviluppo tecnologico (da sola rappresenta il 30% del Pil mondiale), formazione (classificazione di Umberto Eco). Vanno poi abbattuti alcuni luoghi comuni: la classifica sul patrimonio culturale censito dall’Unesco vede in testa l’Italia, ma con il 4,75%, non il 75% che si sente spesso citare. Non solo: la storia del «made in Italy» come eccellenza inarrivabile va ridimensionata. Tradotto: siamo in declino anche qui. Secondo una classifica mondiale stilata nel Duemila, abbiamo fatto molti passi indietro rispetto all’inizio del Novecento: persino nel settore del lusso, dove siamo stati a lungo leader indiscussi.
Morale: gli altri avanzano, mentre noi arranchiamo, dimenticando di essere ormai pienamente immersi nell’economia della conoscenza. Se in Asia si investe molto in formazione, ricerca e sviluppo, «l’Europa predica bene, ma razzola male». Basti pensare alla strategia di Lisbona (2002), quando si pensava di raggiungere l’obiettivo del 3% del Pil per l’investimento in ricerca entro il 2010. Si partiva dall’1,9%. Sfida miseramente fallita. Insomma, l’Europa sembra arrancare, anche se non rinuncia a rilanciare la sfida della ricerca e a scommettere su progetti innovativi nel campo della creatività. Peraltro, nel Vecchio continente, ci sono città che, puntando sulla cultura, hanno cambiato il loro volto e la loro storia. Ad esempio, Bilbao, che si è rilanciata nel segno dell’architettura contemporanea. E l’Italia? Che cosa deve fare per valorizzare meglio le sue potenzialità? Secondo gli autori, lo Stato deve farsi parte attiva nella promozione della cultura. Occorre soprattutto sostenere giovani laureati e ricercatori, «la classe creativa»; investire nell’impresa ad alto contenuto tecnologico; evocare «una domanda di beni e servizi ad alta tecnologia e servizi ad alto tasso di conoscenza aggiunta»; favorire la nascita di città e regioni che puntino sull’innovazione. Serve una mentalità nuova e si deve, tra l’altro, riscoprire le potenzialità dei beni culturali e la centralità delle idee, sostenere la fruizione culturale, tagliare la burocrazia in quest’ambito. Le proposte non mancano, insomma. Occorre che la politica batta un colpo. Prima che sia troppo tardi.
La cultura si mangia! - Guanda, pag. 176, euro 12,00

 

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