Arte-Cultura

Biennale, un mondo di emozioni

Biennale, un mondo di emozioni
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di Stefania Provinciali

C'è una grandezza materiale che riguarda i numeri nel «Palazzo Enciclopedico», titolo della 55° Esposizione internazionale d’arte (da domani  al 24 novembre), curata da Massimiliano Gioni e organizzata dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta. Sono centocinquantotto gli artisti di trentotto nazioni presenti nella sola mostra principale, distribuita tra Arsenale e Padiglione centrale ai Giardini, mentre i «pezzi» presenti sembra arrivino a 4500. Sono i numeri nati da un’idea, da un’architettura del pensiero che ha portato il curatore a costruire un percorso dove si afferma la prospettiva storica messa in relazione al presente, in una mostra museo che rinnova la visione della Biennale stessa con sguardo al passato, cancellando il più fragile passato recente. Una costruzione complessa, ispirata all’utopistica idea dell’italo-americano Marino Auriti, che nel 1955 depositò all’ufficio brevetti statunitense il progetto di un museo immaginario destinato ad ospitare tutto il sapere dell’umanità. Impresa rimasta incompiuta, ma tanto grande da raccogliere il sogno di una conoscenza universale. Il Palazzo Enciclopedico di Gioni si apre all’immagine e al sapere con coerenza, sulla scia di quella «magnifica ossessione» che aveva ispirato Auriti e diventa una bella mostra-museo dai risvolti solidi, perfetta. Forse troppo, si potrebbe pensare, per rappresentare l’imperfezione della contemporaneità. Ma per comprendere appieno l’idea bisogna affidarsi al filo conduttore dell’esposizione, organizzata secondo una progressione che va dalle forme naturali a quelle artificiali, come una wunderkammer dove curiosità e meraviglia si mescolano per comporre nuove immagini. Ecco allora farsi strada l’immaginario e insieme quel malessere esistenziale che fa parte del vivere, tra fughe della fantasia, reperti storici, oggetti trovati ed artefatti, secondo una volontà di rappresentazione. «L’impresa di una conoscenza universale e totalizzante - dice Gioni - attraversa la storia dell’arte e dell’umanità e accomuna personaggi eccentrici come Auriti a molti artisti, scrittori, scienziati e profeti che hanno cercato, spesso invano, di costruire un’immagine del mondo capace di sintetizzarne l’infinita varietà e ricchezza». Il percorso all’Arsenale si apre con il plastico dell’edificio irrealizzato del «sapere universale», mentre al Padiglione centrale dei Giardini con la presentazione del Libro Rosso di Carl Gustav Jung, che introduce ad una riflessione sulle immagini interiori e sui sogni, condensati in tematiche allusive al pensiero. L’iter guida in primo luogo dentro un mondo interiore dove forme naturali e presenze immaginarie si sovrappongono come nelle ceramiche di Ron Nagle o nelle intricate geometrie floreali di Anna Zemánková mentre corrispondenze segrete tra micro e macrocosmo ritornano nelle figure ieratiche di Marisa Merz e in quelle assai più carnali di Maria Lassnig che trasformano autoritratti e corpi in cifre dell’universo. C’è poi l’invisibile, uno dei temi centrali che si fa strada nelle cosmografie di Guo Fengyi e in quelle di Emma Kunz, nelle icone religiose e nelle danze macabre di Jean-Frédéric Schnyder come nel video di Artur Zmijewski che filma un gruppo di non vedenti che dipingono il mondo a occhi chiusi. L’esercizio dell’immaginazione attraverso la scrittura e il disegno è altro tema ricorrente nell’esposizione. Christiana Soulou illustra gli esseri inventati da Jorge Luis Borges, mentre José Antonio Suárez Londoño traduce in immagini i diari di Franz Kafka. La tensione tra interno ed esterno, tra inclusione ed esclusione è il soggetto di una serie di opere che indagano il ruolo dell’immaginazione nelle carceri (Rossella Biscotti) e negli ospedali psichiatrici (Eva Kotaktova) mentre al centro dell’Arsenale l’artista Cindy Sherman presenta un progetto curatoriale – una mostra nella mostra, composta da più di duecento opere di oltre trenta artisti – in cui è messo in scena un suo personale museo immaginario. Bambole, pupazzi, manichini e idoli si mescolano a collezioni di fotografie, dipinti, sculture, decorazioni religiose e tele disegnate da carcerati che insieme compongono un teatro anatomico nel quale sperimentare e riflettere sul ruolo che le immagini hanno nella rappresentazione e percezione del sé. 
Di corpi e desideri parlano il nuovo video di Hito Steyerl sulla cultura dell’iper-visibilità e il nuovo reportage di Sharon Hayes che presenta un remake girato in America di «Comizi d'amore», il film inchiesta sulla sessualità di Pier Paolo Pasolini. I corpi post-umani e smaterializzati fanno da contrasto al rumore bianco dell’informazione, un’installazione di Walter De Maria che esalta la purezza silenziosa e algida della geometria. Sono solo alcuni dei «momenti» interpretati che riempiono il «palazzo della conoscenza e della creatività». Tutt’intorno le proposte degli ottantotto paesi partecipanti, dieci presenti per la prima volta, tra cui il padiglione della Santa Sede, ispirato al racconto biblico della Genesi e curato da Antonio Paolucci: una novità assoluta che si apre su di una sorta di «trilogia» di opere di Tano Festa, l’artista romano che ha lavorato nella Cappella Sistina di Michelangelo. Dopo di lui si approda nella più nitida contemporaneità. Fuori dall’Arsenale, i Giardini sono pieni di creatività e raffronti possibili, dove i nomi degli artisti non sono solo quelli nazionali, perché l’arte, anche dei paesi geograficamente più distanti, sembra tessere trame univoche, fino a delineare un universo apolide e «politically correct». Infine per Venezia, fra palazzi storici e musei, i quarantasette eventi collaterali fanno da corollario alla manifestazione. 
 

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