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Trent'anni di ricerche

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 di Gian Paolo Minardi

Si sa come il tempo agisca con la sua sottile forza erosiva su molte iniziative culturali, appannando, spesso fino all’esaurimento, il fervore da cui esse hanno preso vita; pur affrontando le inevitabili difficoltà che questi anni sono andati creando, il «Premio Rotary Club Parma – Giuseppe Verdi» si è sottratto a tale fatalità toccando con bella determinazione un trentennio di vita, che è, appunto, un approdo non poco significativo, considerando soprattutto la sostanza degli esiti quali sono andati intrecciandosi in questo arco di tempo. Una storia lunga, dunque, ricca di situazioni, quella che Giuseppe Martini ha ricomposto nel volume «Una più approfondita conoscenza. I trent'anni del premio Rotary Club Parma ''Giuseppe Verdi'' 1983-2013», che verrà presentato mercoledì, alle ore 18,45,  nella Sala Verdi del Conservatorio di Musica. Ben più di una compilazione celebrativa, infatti, in quanto l’autore, che è studioso attento e acuto nonché scrittore sagace, ha “raccontato” la vicenda del «Premio» entro il più ampio paesaggio degli studi verdiani rimarcando con giusto respiro l’apporto che i vari vincitori hanno recato alla inesausta conoscenza di quel mondo per tanti versi ancora sconosciuto, «territori non solo poco esplorati ma anche scarsamente segnalati, non privi di piste ingannevoli, di qualche trabocchetto e di accurate mura difensive, non di rado erette dallo stesso Verdi», quell’ «uomo introverso» che era Verdi, la cui immagine è spesso ancora affidata ad un’aneddotica ripetitiva, raramente certificata mentre la popolarità della sua musica non sempre trova sostegno in una reale comprensione degli intendimenti che il compositore - ‘uomo di teatro’ come con ostentata quanto sibillina modestia amava definirsi il musicista - perseguiva. Premessa per condividere con Martini le ragioni di quella ricerca verdiana che ha trovato un forte catalizzatore nell’Istituto Nazionale di Studi Verdiani voluto da Mario Medici che lo ha diretto fino al 1980 quando gli è succeduto Pierluigi Petrobelli, scomparso nel 2011.  E’ in questo quadro che si apre il capitolo «Premio Rotary» , nato dall’incontro tra il Distretto di Parma e l’Istituto, allora presieduto da Bruno Molaioli e diretto da Petrobelli, con un contrassegno di esclusiva originalità: un premio non ad uno studio compiuto ma a un progetto di ricerca in cui una commissione qualificata – per dodici edizioni fu presente uno dei maggiori studiosi verdiani, Julian Budden, scomparso nel 2005 – riconoscesse gli estremi di fattibilità. La risonanza dell’iniziativa fu subito straordinaria, per la risposta internazionale che, giunti alla quindicesima edizione, si concreta in oltre duecento proposte di ricerche – dettagliate nell’ampio, esauriente apparato- dirette verso l’obiettivo di studiare Verdi: come scrive Martini «non solo uomo di teatro popolare ma intellettuale complesso, non solo note da suonare ma testi musicali da interpretare, non solo espressione culturale italiana ma intreccio di elementi internazionali». Il contributo recato, attraverso uno schermo quanto mai allargato, è testimoniato in particolare dai sei lavori fino ad ora pubblicati - gli altri in attesa di pubblicazione - sui quali Martini si sofferma con un’osservazione penetrante, nel senso di rilevarne gli aspetti di originalità ma pure con una considerazione della loro incidenza sul tessuto della ricerca verdiana e della risonanza scientifica. Originalità quella del lavoro del primo vincitore (1983), Markus Engelhardt, il quale nel volume « Verdi e gli altri» ha esplorato gli aspetti di una pratica teatrale entro cui si è immesso il giovane Verdi, con la consapevolezza storica- scrive Martini- « delle tante variabili che entravano in gioco nella composizione di un’opera». Ancor più stimolante il lavoro del secondo vincitore (1985) «Arpa d’or dei fatidici vati» di Roger Parker, che ha indagato sulle incidenze del contesto milanese, toccando in particolare il tema Verdi e il Risorgimento, «binomio gettonatissimo» scrive Martini, nel commentare l’effetto polemico provocato da questo saggio dividendo gli studiosi tra chi, come Parker, ritiene il mito di Verdi eroe del Risorgimento come frutto tardo ottocentesco e chi invece, come Philip Gossett, considera il reale impegno del compositore, sul filo della filosofia della musica mazziniana. Percorso che si dirama su altro versante con i lavori di Knud Arne Jürgensen (1989), prima fondamentale riflessione sulla produzione ballettistica verdiana e quello di Marco Beghelli (1987) imperniato sulle caratteristiche semiologiche della drammaturgia verdiana; mentre si apre una suggestiva prospettiva sugli anni giovanili del compositore con «Verdi the Student-Verdi the Teacher» di Roberta Montemorra Marvin (1991), e con la ricerca del nostro Dino Rizzo ( 1993), bussetano, il quale in «Verdi filarmonico e maestro dei Filarmonici bussetani» entra nella biblioteca del Monte di Pietà dove con lo scrupolo critico e con i ferri del mestiere più acuminati si muove con l’intendimento di trovare le tracce verdiane, di individuarne la progressione formativa, dalla semplice posizione di copista fino ad una collaborazione alla stesura della pagina sempre più ampia. Ma il vivace “racconto” di Martini continua toccando altri progetti ormai prossimi all’arrivo, altri aspetti del pianeta Verdi che vanno scoprendosi, spesso inattesi... 

Una più approfondita conoscenza 
Rotary Club Parma e Istituto - Nazionale studi verdiani,
pag. 145,   10,00

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • carlotta

    04 Giugno @ 14.07

    Peccato che la presentazione sia quasi in contemporanea con la relazione di Piero Faggioni in Galleria!

    Rispondi

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