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Una vita tra penna e pennello

Una vita tra penna e pennello
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Pier Paolo Mendogni
«Ho frequentato le Belle Arti e quindi dovrei fare il pittore... ma una poesiola e un racconto nel 1936 mi facevano vincere un concorso provinciale e mi aprirono un posticino alla Gazzetta. Iniziavo così il mio lungo tirocinio di cronista, conquistandomi a forza di pedalare i galloni di giornalista professionista nel 1941. Come giornalista conosco un po’ tutti, come pittore mi conoscono un po’...»: così si presentava nel 1958 su «Al pont äd mèz», giornale della Famija Pramzana, Aristide Barilli, parmigiano doc, giornalista, pittore, musicofilo, di cui si celebra il centenario della nascita. Era nato, infatti, il 6 giugno 1913 in una famiglia in cui si respirava cultura e parmigianità: il padre Latino, pittore come suo padre Cecrope che aveva affrescato il salone del Quirinale; la madre Lina Pallini sorella di musicisti; gli zii Bruno, geniale scrittore e musicista, e Arnaldo, letterato di notevole spessore. Lui, Aristide, ha preso un po’ da tutti: cultura dalle radici profonde e raffinata sensibilità gli hanno permesso di guardare a Parma e ai parmigiani con amore ma anche con sottile ironia come traspare nelle acute osservazioni sulla città che stava cambiando, espresse nella rubrica «Bornisi» (piccole braci, briciole di fuoco) degli anni Cinquanta su «il Resto del Carlino».
Seguendo la tradizione paterna Aristide ha frequentato tra il 1927 – 30 il corso superiore all’Istituto d’arte Paolo Toschi avendo come insegnanti Guido Marussig, Paolo Baratta, Marzaroli e come compagni Goliardo Padova e Carlo Mattioli. Stimolato, come tanti giovani, dalle correnti innovative, aderiva al secondo futurismo, partecipando nel 1935 con quattro opere alla mostra di Roma dedicata al movimento di Marinetti, firmandosi «A. Barilli futurista XI». Nello stesso periodo entrava alla «Gazzetta di Parma» (allora «Corriere Emiliano») come stenografo giornalista e due anni dopo sposava Irma Nocciolati: dal matrimonio nascevano le figlie Giannina, Maddalena e Mariolina. Diventava giornalista professionista, ma questo non gli impediva di coltivare la passione per la pittura, come farà sempre, approfittando degli spazi che gli lasciava il lavoro. Così in seguito partecipava a tutte le mostre dedicate ai giornalisti pittori – insieme ad artisti quali Massimo Campigli e Renato Birolli – ottenendo numerosi premi e riconoscimenti.
Quando nel 1947 «il Resto del Carlino» apriva una redazione a Parma, veniva chiamato a farne parte e poco dopo ne assumeva la direzione. Sotto di lui il quotidiano si imponeva per lo spirito di attenta curiosità verso le cose cittadine, che andava ben oltre la cronaca. Quando capitava qualche fatto rilevante era il primo ad accorrere, da autentico capo trascinatore, insieme al fotoreporter Flavio Mora, e interrogava la gente per ricostruire la vicenda nella sua complessità, narrandola con la finezza di un romanziere. Pier Maria Paoletti, Luca Goldoni, Benito Montan lo affiancavano in una redazione assai qualificata nella quale poi entravano il sottoscritto, Carlo Allodi, Bruno Rossi, Giuseppe Barigazzi, ed ancora Gian Franco Bellè, Luciano Pecorari, Aldo e Redento Mori, Fabrizio Rizzi e il fotografo Romano Rosati.
 Un’altra grande passione di Aristide Barilli era la musica lirica e nel 1958 ideava con la Corale Verdi il Concorso Internazionale Giovani Cantanti Lirici, che vedeva il successo di Mirella Freni, José Carreras, Katia Ricciarelli, Michele Pertusi. Diventava anche vicepresidente della Corale di cui nel 1987 veniva nominato socio benemerito. Nel 1964 lasciava la redazione di Parma de «il Resto del Carlino» e passava nella sede centrale di Bologna dove restava fino al 1969, andando in pensione e ritrovando una seconda giovinezza in campo artistico. Nel 1967 vinceva il primo premio nel concorso di pittura su «Le ville parmensi» con «Villa Sant’Agata» e nell’anno successivo presentava una personale alla galleria «Al Crocicchio» di Bologna. Gli anni bolognesi l’avevano messo in contatto con un ambiente nuovo, con il collega di lavoro Giovanni Korompay, con la pittura di Carlo Corsi da cui veniva influenzato.
Nominato membro dell’Accademia nazionale di Belle Arti di Parma nel 1973, gli veniva dedicata una mostra monografica alla Galleria Sant’Andrea nel 2004 in occasione del compimento dei 91 anni e un’altra grande monografica «Aristide Barilli l’intimità dipinta» veniva allestita nel settembre del 2006 nella Reggia di Colorno, curata da Marzio Dall’Acqua insieme al catalogo che contiene diverse testimonianze di critici e giornalisti. Aristide se n’è andato il 12 ottobre del 2009, a 96 anni, ma di lui ci sono rimasti gli scritti e soprattutto le opere pittoriche. Innamorato della natura, la sua attenzione s’è concentrata verso circoscritti brani paesaggistici per coglierne la bellezza e la felicità dei colori e delle luci insieme ai profumi che inspessiscono l’aria, agli umori più segreti, alle più sottili emozioni poetiche. Il suo rapporto con l’ambiente non è mai stato di carattere problematico ma di adesione affettiva in quanto espressione della vita più autentica. Le sue tele sono sinfonie cariche di una vivacità che trascende il puro dato fenomenico per tradursi in un messaggio d’ottimismo verso la vita che Aristide lancia, sottolineando l’inesauribile capacità della natura di rinnovarsi e di riproporsi in tutta la sua festosa, rigogliosa, straordinaria fantasia.
 

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