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Rocco e Herrera: due miti, un'epopea

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Luca Pollini

Cinquant’anni fa il calcio milanese inizia la sua scalata sul tetto del mondo. È il 1963 quando il Milan vince la sua prima Coppa dei Campioni (quella che oggi è chiamata Champions League) e, pochi mesi dopo, l’Inter s’aggiudica lo scudetto.
Nei sei anni successivi la Milano calcistica vince altre tre Coppe dei Campioni (1964 e 1965 i nerazzurri, 1968 i rossoneri),  tre Coppe Intercontinentali (due consecutive l’Inter, 1964 e 1965, il Milan nel 1969), 4 scudetti (due ciascuno), una Coppa delle Coppe (l’odierna Europa League, il Milan nel 1968) e una Coppa Italia.
Una stagione magica e irripetibile. Certo, in campo c’erano campioni come Mazzola e Rivera, Corso e Altafini, Prati e Jair.
Ma a fare a differenza con il resto del mondo sono soprattutto gli allenatori: Nereo Rocco, detto il Paròn, che siede sulla panchina rossonera, e Helenio Herrera, detto il Mago, all’Inter.
 In due non sono solo vincenti, ma si rivelano veri fenomeni della comunicazione e reinventano il mestiere di allenatore (allora in pochi conoscono i nomi di chi siede in panchina) personalizzandolo e rendendolo, economicamente e mediaticamente, remunerativo.
Due personalità lontane anni luce dai vari «mister»  che oggi riempiono giornali e tv, pettinati, con look curatissimi, capaci solo di rispondere con frasi fatte e sempre scortati da pierre, manager, procuratori, uffici stampa e addetti alla comunicazione.
Milano, i milanesi, i tifosi, e tutti gli amanti del calcio non hanno mai dimenticato Rocco e Herrera. La conferma viene dalla mostra «Quelli che… Milan Inter ’63. La leggenda del Mago e del Paròn», curata da Gigi Garanzini e allestita nelle sale di Palazzo Reale di Milano.
Un’esposizione di 1200 metri quadrati dove il fulcro sono proprio le diverse personalità degli allenatori e sulla loro presunta rivalità – tema presente sin dall’ingresso della mostra dove il visitatore può scegliere l’ingresso nerazzurro o quello rossonero - che forse, a ben vedere, non c’è mai stata. Anzi, pare che i due si stimassero molto.
Gli opposti, si diceva: Rocco, triestino, amante della buona bottiglia, di poche parole e comunque più abile col dialetto che con l’italiano; Herrera, argentino, meticoloso non solo in campo ma anche nell’alimentazione (sua e dei giocatori) e di lingua sciolta; uno pronto alla battuta con i suoi ragassi; l’altro che chiede una disciplina quasi militare, tanto da far giurare impegno e fedeltà alla squadra sul pallone prima di ogni partite.
Per capire la distanza che c’è tra i due basta leggere alcune frasi che pronunciavano negli spogliatoi: Herrera «chi non dà tutto, non dà niente», «il desiderio di vincere si trasmette», «tacalabala»; Rocco: «Demo ragassi, dài», «mona mi che te fasso zogàr», «chi ga paura no smonti».
Nelle sale i loro cimeli sono uno accanto all’altro: le scarpe da gioco, la lavagna tattica da viaggio di Herrera con le pedine magnetiche, alcuni vecchi appunti di Rocco, le loro tute da allenamento e altri oggetti culto.
E poi una rassegna di un centinaio di fotografie d’autore, filmati d’epoca, la ricostruzione dei vecchi spogliatoi di San Siro, per finire con la sala dei trofei – veri, prestati per l’occasione dalle due società – conquistati dal Mago e dal Paròn.
 Che in comune, oltre ad essere stati vincenti, hanno il merito (?) di aver cambiato il calcio: è grazie a loro, infatti, se oggi gli allenatori sono diventati famosi (e strapagati); stesso discorso vale per i calciatori, di cui prima se ne sapeva a stento il nome.
Una mostra destinata a tre generazioni: quella che ricorda le loro imprese, quella che ne ha sentito solo parlare e quella che ne scoprirà le straordinarie doti attraversando le sale del Palazzo Reale.
La mostra allestita a Palazzo Reale (piazza Duomo) è aperta tutti i giorni fino all’8 settembre, ingresso 8 euro.
Orari: tutti i giorni dalle 9,30 alle 19,30; lunedì dalle 14,30; giovedì e sabato l’orario si prolunga fino alle 22.30.

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