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Tavole non sempre pulite

Tavole non sempre pulite
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di Luca Pelagatti
E' come nei thriller: l’apparenza inganna. E c’è sempre un colpo di scena.  Peccato che nei gialli a riportare il sereno prima o poi  arrivi il buono di turno, tenace e irresistibile. Questo, però, non è un telefilm. E per un eroe che trionfa  sbucano dal nulla dieci nuovi cattivi. Sempre più pericolosi. Droga? Armi? Terrorismo?  Nulla di tutto questo: parliamo di candide mozzarelle e panciuti pomodori, prosciutti e spremute d’olio. Il meglio del Bel Paese in tavola che, appunto come nei thriller, nasconde una doppia anima: sembra una cosa ed è tutt’altro. A raccontarci questo noir dal retrogusto di marcio è il giornalista parmigiano Luca Ponzi – già cronista della Gazzetta e ora alla Rai di Bologna – che con la collega  Mara Monti del gruppo del Sole 24 ore – ha scritto un libro-inchiesta che si legge come un poliziesco. Ma alla fine lascia un gran amaro in bocca: «Cibo criminale – il nuovo business della mafia italiana» (editore Newton Compton, 336 pagine, euro 9,90, presentazione martedì alle 18 alla libreria Feltrinelli di via Farini; accanto a Ponzi intereverranno  il procuratore aggiunto di Modena Lucia Musti e il presidente di Coldiretti Emilia Romagna Mauro Tonello; moderatore Marco Balestrazzi). Un libro che inizia con un omicidio avvenuto tra i filari di lambrusco nella Bassa e che prosegue con una serie pressoché infinita di attentati: peccato che  le vittime siamo tutti noi. Sì,  perché questa inchiesta, di taglio e stile anglosassone per vigore e forza di fascinazione, osa fare quello che troppo poco spesso viene fatto in Italia. Ovvero svelare cosa ci finisce nel piatto. E perché. Il «cosa» è una montagna di spazzatura riciclata da organizzazioni criminali e personaggi spregiudicati che manovrano un fiume sotterraneo di prosciutti danesi «naturalizzati» italiani, di cagliata lituana trasformata per magia in latte di bufala campana, di scarti semiputrefatti di formaggi ringiovaniti che diventano  grattugiato in busta, di olio lampante made in Tunisia - per capirci, quello da usare nelle lanterne - truccato da visagisti della chimica in extravergine toscano. Ed è inutile aggiungere che a rimetterci, oltre al portafoglio di noi consumatori, è anche la salute. E il perché è facile da spiegare: soldi. Tanti soldi, una montagna di soldi che Ponzi e Monti hanno quantificato, basandosi sui dati Eurispes, in 220 miliardi di euro all’anno. Che tradotto vuol dire 11% del prodotto interno lordo del nostro Paese. Di poeti, contadini e imbroglioni.  Dietro il business dell’agromafia, come è ovvio, c’è di tutto: dal balordo che si inventa un redditizio imbroglio nel capannone dietro casa alle grandi  organizzazioni criminali che grazie a complicità di intermediari ammanicati, veterinari corrotti e imprenditori senza remore hanno contagiato interi territori. Come ha scritto Saviano in Gomorra e come svelano gli autori di questa inchiesta che arriva anche all’ultimo livello, ai «bancomat» della camorra e della ‘ndrangheta: i fondi europei e i ministeri italiani. Ma sia chiaro: questa inchiesta non guarda solo lontano da noi, nelle regioni malavitose del sole vero e della mozzarella taroccata. No,  questa inchiesta racconta come anche l’oro rosso di casa nostra,  il pomodoro della pianura padana, faccia gola ai banditi del gusto. Che ogni giorno importano 1500 fusti da 200 kg di concentrato cinese che, con un po’ d’acqua, sale e faccia tosta, viene inscatolato e spedito in giro. A fare da portabandiera all’italian food. Oppure come a due passi dalle nostre campagne la malavita abbia annusato il profumo del denaro che sta dietro cosce di maiali stranieri, di basso valore: basta una smarchiatura truffaldina e dal nulla spunta i prosciutto italiano, quello che il mondo ci invidia. E il guadagno si quantifica in milioni. Sia chiaro però: stiamo parlando di truffe, reati, attentati alla salute pubblica, non della norma.  E il libro, infatti, puntualmente cita inchieste, processi, intercettazioni e atti giudiziari con nomi e cognomi di quelli che mettono alla repentaglio la salute di tutti noi e danneggiano gli onesti. Lo gridano gli stessi agricoltori: «una mucca anabolizzata pesa 100 kg di più di un animale allevato correttamente. E rende 400 euro in più». Il risultato ovvio e che quelli per bene, per colpa delle agromafie,  ci rimettono. E noi intanto grigliamo spremute di ormoni. Per evitarlo non c’è che un modo: essere attenti, pignoli e documentarsi il più possibile. Magari leggendo libri come questo che fanno crescere la nostra curiosità e la voglia di sapere. Come antipasto, per evitare le fregature, non ne esiste di migliore.
Cibo criminale
Newton Compton, pag. 336,9,00

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