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Così i maestri dipingevano i sogni

Così i maestri dipingevano i sogni
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 di Pier Paolo Mendogni

H  a stregato filosofi e poeti, persone colte e persone «senza lettere», il sogno: presagio, visione, messaggio, apparizione, incubo, enigma. Ha stregato gli artisti che hanno cercato di rappresentarlo nel corso dei secoli lasciandoci capolavori immortali soprattutto nel Rinascimento quando è stata riscoperta la cultura dell’antichità dove già Platone e Aristotele ne discutevano. Da dove provengono i sogni – si chiedeva Tertulliano – da Dio, dal Diavolo, dal corpo? E prima di lui Omero e Virgilio: dalla porta di corno o da quella d’avorio? E come potevano essere rappresentati? A quest’ultimo interrogativo risponde la suggestiva mostra «Il sogno nel Rinascimento» in corso a Palazzo Pitti (fino al 15 settembre), a cura di Chiara Rabbi Bernard, Alessandro Cecchi e Yves Hersant cui si deve pure il catalogo edito da Sillabe. E il percorso «notturno» che termina nel risveglio dell’alba è sottolineato dal blu intenso dell’allestimento che coinvolge anche gli storici lampadari della Sala Bianca, trasformandoli in uno scintillio stellato. Il viaggio, affascinante e coinvolgente per la bellezza delle opere esposte e per quel senso di mistero che pervade gran parte di esse, inizia con un richiamo alla celebre allegoria della Notte scolpita da Michelangelo per la sagrestia di San Lorenzo e qui ripresa da Michele di Ridolfo del Ghirlandaio coi simboli delle maschere, della civetta, della clessidra e del putto che con una face accende una lucerna. I simboli diventano più inquietanti nella Notte di Battista Dossi, popolata di esser mostruosi mentre lo sfondo è illuminato da bagliori di fiamme. Il sogno è legato al sonno e Lorenzo Lotto fa addormentare Apollo nudo nel Parnaso, mentre stringe una lira da braccio, tra le variopinte tuniche abbandonate dalle giovani Muse che nude si rincorrono tra i prati. In un bosco si è addormentata Venere con Amore, spiata da un satiro voglioso, sommo capolavoro del Correggio (1525) proveniente dal Louvre. La dea giace immersa in un sonno profondo e vicino a lei Cupido ai suoi piedi ha la torcia accesa suscitatrice d’amore. Il satiro, peloso e muscoloso, ammira lo splendido, sensuale corpo di Venere dalle carni bianche, morbide e delicate, dai seni rotondi inturgiditi dalla posizione del capo riverso mentre una ciocca di capelli mielati le scivola sul braccio: le labbra leggermente socchiuse fanno pensare al sogno. «Il corpo femminile – osserva Véronique Dalmaso – suscita desiderio, ma induce anche alla contemplazione e alla sublimazione». Spiritualità e carnalità secondo la teoria ficiana delle due Veneri: la prima porta con sé lo splendore del divino, la seconda lo trasfonde nel mondo. Al suo fianco un altro capolavoro, più enigmatico, di Dosso Dossi, la «Allegoria con Pan» (1528-32) scandita con cristallino nitore. In primo piano su un manto blu appoggiato su un letto di fiori dorme distesa una giovane dal corpo eburneo; dietro di lei – sotto un albero verdeggiante carico di limoni dorati – vi sono una donna anziana, che distende le mani sul suo capo in segno di protezione; una giovane donna vestita di verde con un corpetto metallico sbalzato; un fauno, Pan, con in mano una siringa; in alto in un cielo azzurrino cinque Amorini lanciano frecce. Al di là delle varie interpretazioni proposte, il dipinto affascina per la levigata misteriosa bellezza. All’ingresso della grande Sala Bianca risplende nella sua armoniosa finissima bellezza «Il sogno del cavaliere» di Raffaello, capolavoro giovanile proveniente dalla National Gallery, ambientato in un paesaggio sfumato di teneri verdi e pastosi azzurri. L’imberbe cavaliere è disteso per terra e dorme sul suo scudo sognando la scelta fra la Virtus con spada e libro e la Voluptas con fiori e collane. La fanciulla del Lotto, seduta tra imponenti alberi, sogna ad occhi aperti mentre dal cielo un amorino fa scendere fiori bianchi: allegoria della castità. Dalla mitologia alle visioni dell’aldilà col Sogno di Giacobbe variamente interpretato dal Penni, dal Cigoli e dal Ligori mentre Andrea del Sarto racconta l’interpretazione di Giuseppe dei sogni del faraone. Anche i santi hanno avuto delle visioni: S. Agostino (tavola del Botticelli), Sant’Elena (incisione di Marcantonio Raimondi), S. Caterina d’Alessandria (splendida tela di Ludovico Carracci). Un componimento poetico di Pico della Mirandola ha ispirato a Michelangelo l’allegorico «Sogno della vita umana» in cui un atletico uomo nudo tiene le mani sul globo terrestre mentre dal cielo scende una figura alata che suona una tromba sulla fronte del giovane risvegliandolo e intorno vi sono scene allusive ai sette vizi capitali. Giulio Clovio l’ha ricopiato nel foglio qui esposto e Alessandro Allori l’ha dipinto dietro il ritratto di Bianca Cappello, la nobildonna veneziana amante del principe Francesco de’ Medici, ritratto dal Bronzino, appassionato di alchimia e malinconico sognatore. Il sogno si è trasformato spesso in incubo nelle opere degli artisti nordici come Hieronymus Bosch con la sconvolgente visione di Tondalo, il giovane che si redime dopo aver visto in sogno le pene destinate ai viziosi. Stupefacente la sua «Visione dell’Aldilà» per la casta grazia del paradiso Terrestre; l’irresistibile attrazione spirituale verso la luce dell’Empireo; la drammatica oscura caduta dei dannati nel sulfureo ambiente infernale popolato di ispidi mostri. Dagli incubi ci risveglia l’Aurora «che tinge il mondo prima di affidarlo al Sole». Battista Dossi la dipinge nell’atto di trascinare i cavalli d’Apollo mentre il fratello Dosso fa risvegliare Venere, la dea che dà al mondo l’amore (Cupido sta arrivando tra le nuvole) e la fecondità (i rami carichi di frutta che la sovrastano). 
 

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