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Ecco l'altro Mattioli, lo scultore

Ecco l'altro Mattioli, lo scultore
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di Stefania Provinciali

E' insolito pensare a Carlo Mattioli scultore. La sua vita è stata la pittura ma proprio per questo, come ogni buon artista di talento, sincero e appassionato, ha voluto «toccare» con mano la materia ed i materiali, rendendo loro immagine concreta. Poche opere, fatte di legni scavati, poche ceramiche decorate coi colori dei fiori e della natura, lo delineano e lo definiscono per questa sua necessità di andare oltre: oltre la pittura, oltre canoni già definiti e scoprire l’altra «arte» ovvero l’agire manuale in tutte le sue forme. «Carlo Mattioli scultore» è la mostra che, fino al 12 luglio, presenta negli splendidi e suggestivi spazi del Musma, il Museo della scultura contemporanea di Matera, diretto da Giuseppe Appella, sculture, ceramiche, disegni, acquarelli e tempere, dal 1938 al 1993, aprendo ad una più completa lettura l’iter dell’autore. Nelle Sale della Caccia e nella Biblioteca Vanni Scheiwiller sono visibili, per la prima volta tutti assieme, i nudi di donna, in legno, cemento e ceramica, in piedi o coricati, scolpiti negli anni ’70. Diversi sono i materiali su cui l’artista interviene il meno possibile. Materiali «trovati» in natura; una natura a cui si affida così da liberarne tutta la bellezza in essi insita, che si fa materia scultorea, trama incisa ma mai privata della primordiale essenza. Le opere risultano così intense e cariche di significato tanto che ci si può domandare se siano nudi o colline disabitate, oppure figure di antichi romani distesi sui loro triclini o ancora rilievi funerari pronti per un banchetto ormai finito. E in ogni nudo, che sia inciso nella ceramica morbida, ricavato da un tronco di legno o creato dal cemento fresco, c’è l’amatissima moglie Lina. La nipote dell’artista, Anna Zaniboni Mattioli, scrive nel volume (Edizioni della Cometa Roma) edito per l’occasione, un toccante saggio, fatto di conoscenze famigliari e di interpretazioni dell’agire sulla materia così come l’artista, nato a Modena nel 1911 e scomparso a Parma nel 1994, delinea. «Si tratta di toccarlo, quel legno, ''violarlo'' il meno possibile, perché la storia e il suo calore bruciante è essa stessa arte» scrive. Una indicazione univoca del sentire quella materia, «di non poter perdere la possibilità di scavarla oltre che di utilizzarla sulla tela, sui legni, sulle carte». I ritratti in gesso raffigurano personaggi della città, di una Parma in cui Mattioli è parte del dibattito culturale. Sono gli amici letterati, scrittori e storici dell’arte, Pier Carlo Santini, Giorgio Torelli, il pittore Bandieri, Ubaldo Bertoli, scolpiti a partire dal 1966, con i loro «volti terrigni e umorali», colmi di materia e di vita, forse realizzati mentre il l’artista osservava in loro non solo il tratto fisionomico ma anche leggeva dentro se stesso. Le ceramiche, risalenti agli anni ’50-’60, sono vasi, brocche e piatti, dipinti spesso con personaggi di romanzi e racconti stendhaliani (La Certosa di Parma, Vanina Vanini e la Badessa di Castro). Mattioli rinnova così, in un nuovo medium, il grande interesse per la letteratura che lo accompagnò per tutta la vita. Tra il 1960 e il 1968, infatti, si dedica a studi, incisioni, litografie per illustrare i Ragionamenti di Pietro Aretino (1960-1964), Vanina Vanini di Stendhal (1961), i Sonetti del Cavalcanti (1963), gli Epigrammi erotici (1963), le Novelle del Sermini (1963), il Belfagor di Machiavelli (1967), il Canzoniere del Petrarca (1968), il Decameron del Boccaccio, la Divina Commedia e la Venexiana (1968). Le opere su carta (disegni, tempere e acquarelli), consentono di osservare l’evoluzione del suo lavoro: dagli studi di figura degli anni Quaranta alle illustrazioni per i libri, ai nudi, ai delicati ritratti della figlia Marcella, della moglie Lina e della nipote Anna, degli amici De Chirico e Manzù, fino ad arrivare ai diversi cicli di paesaggi che caratterizzeranno l’opera dagli anni Settanta in poi: i Notturni, i Cieli, le Spiagge, i Campi di papaveri, i Campi di lavanda, le Ginestre, i Boschi verdi con gli intrichi di vegetazione e i ponti rovinati, le Nature morte. 

La mostra è completata, nella Biblioteca Scheiwiller, da fotografie, volumi e documenti che contribuiranno a ricostruire la figura di un artista dalla cultura figurativa vastissima (il Romanico padano, il manierismo, Rembrandt, Goya, l’Espressionismo tedesco, Fautrier), raffinato e sensibile e pur tuttavia schivo e riservato.  

 

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