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Dolore e umanità dietro le inchieste

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Christian Stocchi
Sosteneva Libero Bovio che «un giudice senza umanità è un giudice senza giustizia». Spesso, troppo spesso, non distinguendo la funzione dalla persona che la ricopre, dimentichiamo che, sotto la toga del giudice, così come del pubblico ministero, c’è l’uomo. Con le sue fatiche e le sue emozioni. I suoi dubbi e le sue difficoltà. In una parola: la sua umanità. Ora Lionello Mancini, giornalista di lungo corso esperto di cronaca giudiziaria, firma del «Sole 24 ore», ci porta dentro il pianeta giustizia, osservandolo da un punto di vista certamente poco esplorato: quello della vita e del lavoro quotidiano del Pubblico ministero. Lo fa con una scelta non casuale, visto che i nomi dei cinque protagonisti di quest’opera, significativamente intitolata «L’onere della toga», non sono tra quelli in primo piano nelle cronache nazionali, anche se il loro ruolo li ha portati ad affrontare casi di estrema delicatezza. Lucia Musti, Marco Ghezzi, Fabio Di Vizio, Alessandra Dolci, Cuno Jacob Tarfusser: forse avete già sentito nominare alcuni di questi magistrati, probabilmente non tutti. Ma conoscerli meglio è senza dubbio utile: la loro dedizione al lavoro ci svela fino in fondo di che umanissime sofferenze e di quali quotidiani pesi sia gravata la toga. Al netto delle ricorrenti polemiche della politica contro la magistratura, alimentate dal circuito dei media, che troppo spesso amano accendere la luce dei riflettori per cibarsi poi soltanto di apparenze. Il ritmo e lo stile della narrazione di Mancini sono certamente coinvolgenti. Come nota nella prefazione il Procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone, «le cinque storie del libro vengono raccontate come se l’autore avesse potuto assistere, non visto, negli uffici della Procura, alla nascita di un’inchiesta o ai momenti in cui questa si trovava nelle fasi secretate che precedono la possibilità di diffusione mediatica». Un «artificio», una tecnica che consente di rendere la narrazione palpitante, di entrare con efficacia nei pensieri, nelle speranze e nei timori delle persone, di scavare nella psicologia non solo dei magistrati, ma anche dei collaboratori, che vivono quotidianamente in trincea con loro, e delle altre figure che ruotano intorno ai casi al centro dal libro. Prendete la prima vicenda affrontata dall’autore: un caso che ha sconvolto profondamente Parma e tutta l’Italia, quello del piccolo Tommy. Ripercorrendo con attenzione le fasi delle indagini, l’autore descrive bene come visse quei giorni il magistrato della Dda di Bologna Lucia Musti. Mancini, insomma, prende per mano il lettore e lo porta dentro la vita della donna, con le incombenze quotidiane, la gestione della famiglia (l’anziano padre, la figlia quindicenne); il rapporto con i colleghi; il modo di condurre (e di affrontare) le indagini. Senza tralasciare i momenti difficili. Tanti. Fino ai minuti, ai secondi forse più duri, quando, risolto di fatto il caso, il Pm va di persona dalla mamma di Tommy per annunciarle la tragica notizia. «Sì – scrive Mancini, fotografando il profilo umano di Lucia Musti –, era un magistrato, ma anche una madre che andava da un’altra madre per portarle la disperazione. Aveva scritto in faccia che la speranza era ormai sepolta da qualche parte lungo un fosso». Il Pubblico ministero non può cedere al sentimento. Deve lavorare. Deve portare a termine l’incarico. E così congela le proprie emozioni fino al termine del processo. Poi, ecco che, una volta compiuto il proprio dovere, esplode in un pianto senza più freni nel tornare verso casa, a Bologna. Adesso sì, può farlo: può sfogarsi. Oltre alla storia di Lucia Musti, ci sono altre vicende di quotidiana dedizione al lavoro, come quella di Marco Ghezzi, impegnato a indagare in alcuni casi di abuso su soggetti deboli. C’è poi la sfida coraggiosa di Fabio Di Vizio, magistrato di Forlì, di cui l’autore descrive le indagini che vanno a toccare il sistema bancario dello «Stato-cassaforte»: San Marino. Vincendo lo spirito gerarchico che lo contraddistingue, il pm non esita a scrivere direttamente a Mario Draghi, allora Governatore della Banca d’Italia, per chiedere quella collaborazione che altrove dispera di poter trovare. Ma, in questo percorso non privo di sorprese, ci sono anche la sensibilità e la tenacia di un’altra donna, Alessandra Dolci, che sicuramente non può non colpire il lettore: impegnata in prima linea nel processo «Cerberus» alla ‘ndrangheta milanese, si batte gagliardamente, nauseata dal clima e dal sistema che deve affrontare. Chiude la galleria la vicenda di Tarfusser, ora approdato alla Corte penale internazionale dell’Aja, dopo l’esperienza-modello di Bolzano, dove il magistrato diventa procuratore a soli 46 anni, avviando una gestione di notevole efficienza. Anche qui non mancano difficoltà e incomprensioni. Anche, anzi soprattutto con i colleghi, da cui subisce un malanimo che amareggia. E ferisce. In questo libro, colpisce come in diversi momenti ritorni il tema della delusione, della nausea di fronte alle brutture del mondo. Di fronte a un’umanità talora difficile da riconoscere. Ma emergono anche sentimenti positivi, forti, come la consapevolezza che, dietro alla fatica, ci sono, irriducibili, l’orgoglio dell’impegno civile e la consapevolezza del ruolo fondamentale che rivestono i magistrati. Da queste pagine, si rileva, come giustamente nota Pignatone, «una concezione alta ed esigente dell’azione e della funzione del Pubblico ministero». Pagine da leggere, insomma. Per capire. Per riflettere, soprattutto.
L'onere della toga - Rizzoli-Bur, pag. 284, euro 11,00


 
 

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