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Arte-Cultura

Musica nelle notti d'estate

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Luca Cantarelli

Dalla statale, che collega il paese alla città, non si vedeva granché. Passando si notava la cancellata bianca, alta e senza soluzione di continuità, come un’unica lunga rete tesa tra le colonne fissate ai quattro angoli. Qualche passo indietro, una fitta muraglia di lecci e pini impediva ai passanti di curiosare all’interno.  Ma chi, per una ragione o per l’altra, ha vissuto la ventura di oltrepassare quell’ingresso, giura e spergiura che sembrava di essere giunti all’Eden. Chi entrava, infatti, scopriva una dolce collina di un uniforme verde crudo, a cui si giungeva percorrendo un viale in cotto, orlato da un arcobaleno di piante perenni. Perfino il sole, dalla cima del poggio, pareva colorato, come visto attraverso il rosone di una chiesa di campagna. Proprio lì, nel punto più alto del pendio, cresceva una splendida villa a tre piani.
Il primo piano comprendeva il reparto giorno, le cucine, un paio di bagni e la corte interna con piscina. Il secondo contava due camere da letto, altrettante suite per gli ospiti e i relativi servizi. Il terzo ed ultimo piano era costituito da una torretta con finestra a bovindo, e ospitava lo studio e la biblioteca. Oltre ad innalzarsi, la costruzione affondava nel cuore della collina con un seminterrato che faceva da enoteca, palestra e garage. Era una di quelle ville di cui si ammirano le foto nelle riviste specializzate, quelle con affreschi alle pareti e i soffitti in stucco veneziano, le scale in marmo e le ringhiere di ferro battuto.
Le sere dei fine settimana, nel cielo sopra la collina, saettavano luci azzurre. D’estate, le note allegre della musica e delle voci in festa aleggiavano sul parco, impigliandosi alle punte degli alberi prima di cadere all’esterno.
Tutto questo accadeva poco tempo fa. Prima della grande crisi, villa e giardino appartenevano alla famiglia dei (.), magnati di provincia nel settore alimentare. Poi le cose avevano iniziato ad andare maluccio, poi male e infine malissimo. La proprietà era stata messa all’incanto dal tribunale per soddisfare le ragioni dei creditori.
Molti dei dipendenti che lavoravano all’interno della proprietà erano stati licenziati. Tra loro anche i giardinieri. Il tappeto di erba all’inglese era diventato un trionfo di verzure selvagge. La lunga siepe d’alberi s’era ammalata e si sfoltiva progressivamente, lasciando che la gente sbirciasse sempre con minor difficoltà. E se era possibile guardare attraverso la cancellata, era altrettanto facile osservare quanto accadeva fuori. Così stava facendo un giorno il quarantenne signor (...), erede unico delle fortune di famiglia. Fissava la gente di passaggio, come la vedetta di guerra che annuncia l’invasione nemica. Le prime due aste erano andate nulle. Ma la terza, si diceva, lo diceva soprattutto il suo avvocato, sarebbe stata quella decisiva, perché il prezzo di partenza era stato abbassato a quasi la metà. La nuca poggiata al muro e i piedi a un tavolino bianco su cui il bicchiere lasciava cerchi di umidità, il signor (...) stava acculato su una sedia in precario equilibrio, ferma solo sulle gambe posteriori, a scalciare come un cavallo in impennata. L’uomo scostò lo sguardo dal mondo esterno alla moglie, a un paio di metri di distanza. Piegata sui fiori, si affaccendava a salvare il salvabile. Si intuiva buon gusto negli abiti semplici che indossava, nel loro abbinamento. Il marito la squadrò qualche secondo ancora. Poi scattò in piedi, rovesciando la sedia.
«Smettila di perder tempo!» abbaiò.  «Non è più roba nostra quella. Si arrangi chi l’avrà in sorte». Sparì in casa.  La moglie si bloccò. Passò uno straccio sulle forbici prima di riporle nel cesto, insieme ai seghetti per la potatura, lo spruzzino, la zappetta e il sarchiello. Fece anche lei per rientrare. Nel mezzo del cespuglio di rose, notò un ciuffo di gramigna. Allora tornò ad accovacciarsi. Riprese in mano le forbici, le affondò nel terreno, e cominciò a scavare, in fondo, sempre più giù, verso la radice della malerba.

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  • Alberto

    01 Luglio @ 08.58

    Forse sbaglio, o forse no, però mi ricorda Il grande Gasby. Mooollto bello!

    Rispondi

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