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Come il Ducato "ereditò" la Lunigiana

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Ubaldo Delsante
 Tutti gli storici che hanno esaminato le vicende del Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla al momento del trapasso da Maria Luigia d’Austria  alla dinastia dei secondi Borbone, discendenti di don Ferdinando ed ora a Lucca, hanno messo in rilievo l’incongruo scambio, fraudolento e tenuto segreto persino alla duchessa regnante, combinato il 28 novembre 1844 tra il futuro duca di Parma Carlo Ludovico (poi Carlo II) e il duca di Modena Francesco IV d’Este con il benestare dell’Austria. Il Trattato di Firenze, come in seguito verrà chiamato, prevedeva che alla scomparsa di Maria Luigia, il Guastallese e le altre terre reggiane oltre l’Enza passassero agli Estensi mentre Parma avrebbe ottenuto il Pontremolese e le due località di Bazzano e Scurano.
Lo scambio era chiaramente sbilanciato a favore di Modena e finalizzato a far ottenere al futuro duca di Parma e al suo fedele ministro Tommaso Ward considerevoli appannaggi che avrebbero loro consentito di fare una bella vita in giro per l’Europa, tra Parigi, Nizza e Lucca il primo, a Vienna l’altro. Infatti entrambi, ottenuto quanto cercavano, non si occuparono più della cosa lasciando nei pasticci il successivo duca, Carlo III, che invano e tardivamente se ne lamentò con l’incolpevole cugino estense Francesco V nel frattempo salito sul trono di Modena.
 Non si può dire che l’appuntita lima del sellaio Carra sia stata guidata da questa motivazione, ma certo i Parmigiani non perdonarono mai ai secondi Borbone, e agli Austriaci e austriacanti di casa nostra, questo furto legale tipico dei regimi assoluti del tempo. Il Ducato aveva acquisito le ricche terre di Guastalla dopo il Trattato di Aquisgrana, nel 1748, quando a Parma erano giunti i primi Borbone, Filippo e Elisabetta di Francia, ma i loro pronipoti le permuteranno in malo modo, tanto che nella impietosa tradizione popolare lo stato diventerà «il Ducato di Parma, Piacenza e sassi annessi».
Qualcuno a Parma all’epoca cercò di chiarire come stavano le cose, a scapito del proprio posto di lavoro e a rischio anche del carcere. Quel solerte impiegato ducale che mise nero su bianco le malefatte del duca e del suo connivente entourage fu il pontremolese Lorenzo Molossi, certo non accecato da questa sua origine e dotato del necessario coraggio per denunciare in uno scottante documento ufficiale, da mettere nelle mani del governo e dell'ultima duchessa Luisa Maria, i lati oscuri della vicenda. Certo, loro sapevano tutto, ma non permettevano che qualcuno glielo ricordasse. Così lo licenziarono, per aver mancato al giuramento di fedeltà. Lo riassumerà di lì a poco il nuovo governo perché un funzionario delle sue capacità non era facilmente fungibile.

Ercole Camurani, reggiano, studioso del liberalismo, ha voluto pubblicare, nella collana Strumenti per il lavoro storico da lui diretta per conto della casa editrice Mattioli 1885 di Fidenza, nella loro completezza i manoscritti compilati all’epoca da Lorenzo Molossi: «La Lunigiana, monografia inedita del 1852» (pagine 180), con prefazione di Lucia Baracchini, sindaco di Pontremoli. L'ampio saggio che Camurani antepone al testo originale di Molossi, illumina la figura del funzionario ducale, di cui qui sotto è sunteggiato il profilo biografico, e inoltre inquadra storicamente la vicenda nel contesto del periodo risorgimentale che agita ormai le terre ducali come quelle dell’intera Italia.
Lorenzo Molossi, capo dell’ufficio di statistica del governo di Parma, ben conosce ogni angolo del Ducato ed ha da poco terminato di pubblicare un’opera che tuttora gli studiosi di storia parmense utilizzano senza timore di incorrere in errori, «il Vocabolario Topografico dei Ducati di Parma, Piacenza e Guastalla». E conosce anche il Pontremolese per esserci nato e cresciuto ed è comunque in grado ottenere dagli organi locali le informazioni di cui abbisognava. Dopo i necessari cenni storici, topografici, geologici e climatici, Molossi descrive accuratamente i sei comuni che compongono la provincia della Lunigiana parmense: Pontremoli, Bagnone, Filattiera, Mulazzo, Villafranca e Zeri. Di ognuno espone la superficie, la popolazione, la rendita imponibile, la storia, l’idrografia, gli edifici pubblici e quelli sacri, le opere d’arte, gli istituti di beneficenza, gli ospedali, gli uomini illustri che qui hanno avuto i natali e infine le produzioni e i commerci.
 Il confronto con le terre guastallesi è impietoso: pur aumentando in superficie di quasi 13 mila ettari, Parma perdeva cinquemila seicento abitanti e quasi un milione e centomila lire di rendita imponile.
Trattando dei prodotti agricoli e zootecnici, Molossi anticipa lo studio che impegnerà una ventina d’anni dopo Agostino Bertani, relatore per la ben nota Inchiesta agraria Jacini. La conformazione del territorio non consente produzioni abbondanti di grani e di foraggi, ma discrete sono la viticoltura e l’olivicoltura. Gli animali da latte, sia bovini che ovini, risultano scarsi e i formaggi di mediocre qualità. L’alimentazione dei valligiani è basata sulla farina di castagne con la quale, mista ad altri cereali, fanno pattone e focacce da cuocere nei testi di terra, oppure polente tenere o farinate dette minutini, e ancora, aggiungendo farina di grano, larghe lasagne chiamate ermellette.
Un capitolo apposito è dedicato alla conseguenza di tale stato di generale indigenza, l’emigrazione, prevalentemente temporanea. I lunigianensi prendono la strada per la Maremma toscana, il Bresciano, la Corsica e persino la Russia, dove emigrano, nel 1849, ventidue persone da Filattiera e da Bagnone, ma verso la Lombardia ne vanno mediamente più di duemila duecento l’anno. Partono a fine aprile per la sfogliatura del gelso, tornano un mese dopo e subito ripartono per la Maremma o la Corsica dove si trattengono quattro o cinque mesi. Il funzionario non manca di evidenziare i problemi del territorio e di dare anche suggerimenti ai regnanti, alcuni dei quali saranno effettivamente attuati già dalla stessa Luisa Maria, per quanto riguarda la sanità pubblica, l’istruzione, la viabilità, le finanze, i commerci e i mercati, rivelando la sua ideologia di stampo liberista, fermamente contraria a qualsiasi sistema di protezioni e di proibizioni. Nonostante tutto Molossi ama la sua terra di origine: "Il paese che descriviamo, osserva, apparisce tutto alpestre; e se bene lo sguardo ed il pensiero sieno attristati da quelle orride e spolpate balze dell’Orsajo, e da spessi smottamenti di poggi, e dalle tante affossature di borri e torrentelli, pure, in compenso le sponde della Magra e del Verde, e qualche altra vallecola ci presentano colli amenissimi, e piani ridenti e feraci, disseminati di castella e borgate che di sovente ne rendono giocondo e pittoresco l’aspetto (...) E chi sa che Dante, allorquando fu ospite in Mulazzo dei marchesi Malaspina, ov'è fama che egli componesse i primi canti del suo divino poema, non venisse ad inspirarsi in questi stretti? Fra i rozzi abitatori di quei luoghi vive tuttora la tradizione che colà sia stato un mago ad evocare li spiriti maligni; e questo mistico personaggio non potrebb'egli essere stato il grand’esule ghibellino?" Il volume di Camurani, pur di non facile lettura a causa di continui, ma indispensabili, riferimenti bio-bibliografici a personaggi e fatti storici anche di secoli precedenti, si segnala per la ricchezza del materiale inedito presentato ed apre uno spaccato realistico, si può meglio dire crudo, di una situazione politica, sociale ed economica in una piccola e singolare provincia, come appunto la Lunigiana, alla vigilia dell’Unità d’Italia.
 

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