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Una normale illegalità

Una normale illegalità
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Francesco Mannoni

Nei suoi romanzi, lo scrittore Walter Siti, scava sempre in profondità dentro il cuore delle vicende che racconta: «Con il personaggio di Tommaso ho voluto rappresentare quella che anche i magistrati chiamano la zona grigia, il luogo dove avvengono tante illegalità. Tommaso ha due facce in contraddizione tra loro: una visibile da tutti, un uomo che ama l’arte, attaccato alla famiglia, educato, bravo statistico e ottimo matematico, capace di creare i soldi dal niente come fanno adesso; dall’altra parte però si scopre che la sua storia ha radici dentro una realtà che di solito si pensa completamente staccata perché si crede che la criminalità organizzata faccia mondo a sé. M’interessava un personaggio che fa da ponte tra queste due società». Non è esagerato dire che «Resistere non serve a niente»  (Rizzoli, pag. 320, 17,00), il romanzo con il quale Walter Siti è finalista alla 67° edizione del Premio Strega, è uno specchio della nostra società raccontata attraverso l’attività di finanzieri e banchieri disponibili a traffici non sempre limpidi, broker che puntano ai grandi guadagni, malavitosi in generale che fanno della penisola un terreno di conquista, e politici che non guardano alle reali necessità del Paese. «Per come vanno le cose – commenta Walter Siti - più che uno specchio, il mio romanzo è una porta girevole dalla quale entrano ed escono continuamente individui di ogni genere. Due delle cose che mi colpiscono di questo nostro tempo, è che tutta l’economia da molti anni si basa sul desiderio in un modo molto più diretto di come faceva una volta: un tempo c’erano una serie di bisogni da soddisfare, e le persone le appagavano secondo il loro livello sociale; dagli anni Ottanta, invece, quelli che potremmo definire come il tempo del consumismo sfrenato, l’economia ha bisogno che la gente compri ciò che non le serve: acquistare sempre l’ultimo prodotto e buttare le cose ancora valide.

Qual è il bisogno più impellente del nostro tempo?
Apparire, brillare, avere sempre la preminenza su quelli che ci stanno intorno. E’ da un po’ che provo a seguire le mutazioni e le evoluzioni del desiderio nell’età contemporanea, e vedo che può prendere varie forme. Quello più immediato e sotterraneo è il desiderio dei corpi, seguito da cose meno materiali, come essere sempre sulla cresta dell’onda e primeggiare sugli altri. E poi la finanza e i finanzieri che hanno reso anche il denaro qualche cosa di assolutamente immateriale: il più delle volte quello che circola è denaro virtuale, numeri che spesso non hanno il corrispettivo in altrettanti beni materiali. E’ una specie di volatilizzazione del desiderio, aria fritta, che secondo me rappresenta bene la società contemporanea.

Il nostro comportamento che mette in primo piano l’avere sull’essere, ci sta portando a un collasso economico senza possibilità di ripresa?
Il problema è proprio questo: non si riesce a precisare di quale natura sia il declino in cui scivoliamo quotidianamente. Il problema vero mi sembra sia che adesso la finanza deve fare i conti con un sospetto di tracollo di tutto, con varie bolle che scoppiano di volta in volta nei vari paesi e nelle varie borse. E qui comincia davvero una via crucis dolorosa che può portare in braccio solo alla criminalità.

In che senso?
Il problema è come i cervelli attrezzati all’escalation del desiderio si possano  riciclare e ritrovare in un mondo in cui la crescita non sia più tanto sicura. Ho l’impressione che il ricorso alla criminalità sia fatale, perché i delinquenti sono gli unici che hanno denaro liquido, e può essere un bel polmone per una finanza che comincia ad avere delle crisi di liquidità. Inoltre, ed è forse la cosa più interessante, aspetto di vedere come si comporterà senza più soldi, la gente cresciuta in un ambiente in cui sembrava che il desiderio fosse inesauribile.

Forse la gente si comporterà in modo più sincero, più trasparente?
Sono perplesso su questa possibilità. Mi chiedo spesso, con tutta l’enfasi che c’è sull’informazione e i social network, ora che tutto può essere comunicato in tempo reale e il mondo è come una casa di vetro, se anche questa non sia un’illusione di onnipotenza che ai poveri non costa niente. Se invece i cervelli dei giovani abituati ad avere tutto, adesso che non se lo possono più permettere si stanno convertendo all’idea che non importa più possedere ma comunicare, sarebbe una conquista enorme.

Lei parla di cervelli. E le anime?
Quando parlavo di cervelli pensavo a un meccanismo piuttosto semplice di azione e reazione che sembra essere quello in cui molta società contemporanea ha agito in questi anni. Io vedo una cosa, la voglio avere, allungo la mano e la ottengo senza negazioni. Credo che anche questo stia portando verso un’insostenibilità del nostro modo di vivere e quindi bisognerebbe che tutto si riformasse su un’altra base.

Quale?
Quella delle relazioni, perché a un certo punto si capisce che una relazione è più importante di un possesso. Ma per fare questo occorre l’anima, dei tipi di piacere che non passano da una reazione immediata, prensile, ma dalla gratificazione di vedere degli occhi felici perché tu li hai resi tali. Questa è una cosa resa sempre più difficile dalle continue emergenze, per cui si ha l’impressione che in questa fase molte persone sono costrette a pensare alle cose materiali mentre stanno mancando i bisogni spirituali di base. Non vorrei che ultimamente l’anima fosse diventata un prodotto di lusso.

Non ha pensato di inserire nel romanzo una morale positiva?
No, non ci ho pensato perché i libri hanno un loro destino e in questo un coperchio positivo mi sarebbe sembrato fuori luogo. Credo che le cose positive vadano costruite molto lentamente, anche se la morale non può arrivare solo alla fine come succede nei romanzi del Settecento che spiegano il desiderio e poi elencano quanti sadismi ci sono dietro. Per cambiare realmente qualcosa ci vorrebbe un’idea che proviene dall’interiorità, ma per adesso non riesco a vederla.

Resistere non serve a niente
   Rizzoli, pag. 320, € 17,00

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