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Mario Rinaldi, l'ultimo idealista

Mario Rinaldi, l'ultimo idealista
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Giuseppe Marchetti

Uno dei romanzi italiani novecenteschi che Mario Rinaldi mi diceva  di prediligere era «La storia» ('74) di Elsa Morante. Mi chiamava, ridendo, spesso Useppe come uno dei protagonisti. Furono la guerra, infatti, e la Resistenza a condizionare per sempre la vita di Mario, le sue passioni, la sua cultura e la sua letteratura, in particolare.
La guerra e la Resistenza lo permearono a tal punto che anche quando iniziò a scrivere quello che sarebbe stato il suo ultimo libro «La bottega di Aldo» ora pubblicato da Diabasis, la prima frase fu «La guerra, dunque, era finita». Pensavamo che in questo modo egli volesse liberarsi di quel peso, da quella memoria.
 Ma non è così. «La bottega di Aldo» (presentazione lunedì  alle 18 alla libreria Feltrinelli di via Farini 17 con Giovanni Ronchini, Albertina Soliani, Isa Guastalla, Mauro Massa) è ancora un libro di guerra e di Resistenza; non più vivacemente intrecciata nei  loro più atroci e cruenti avvenimenti, ma contemplata sul «dopo», l'infinito dopo, il seguito, il ritorno alla normalità, il «dopo» che ha sparso attorno a sè le piaghe e le cicatrici di un periodo storico non ancora per tante ragioni conclusosi.
Centrale, in questo vibrante racconto che ora s'adagia nella contemplazione dei fatti risolti in memoria e, ora invece li fa risaltare per improvvisi sussulti, è nuovamente la figura di Marino: «Marino era introverso e dicevano che era estroverso, era tormentato e dicevano che era pacifico, era malinconico e dicevano che era allegro. Era ironico, questo sì, ma la cosa non era la stessa. Lui per istinto osservava tutto con ironia, era fatto così, perché era convinto che in ogni situazione anche la più scabrosa, c'è sempre un qualcosa che sfugge all'occhio...».
Il ritratto è preciso, ricco di  sfumature, invitante: una personalità complessa, quindi, che ben s'apparenta alla «novità» della bottega che in un certo senso era vista come il simbolo del nuovo.
Insomma, il vecchio era l'anteguerra coi fascisti, i balilla, il Duce, il podestà e la Casa del fascio, e il nuovo era la bottega di Aldo.
Creato il simbolo, il romanzo si distende, si ampia, si argomenta e diventa per dir così adulto, diventa un organismo che palpita e che reagisce come quando «un mattino di sabato» capita in bottega «un giornalista con due gran baffi e una sahariana che quasi gli arrivava alle ginocchia».
Con l'apparizione di Gino l'arte sottilmente inquieta e maliziosa di Rinaldi prende quota, il suo pensiero diventa un termine perentorio di confronto, diventa, da schema che era, realtà. E sarà la realtà di un infinito dopoguerra. sarà la realtà già trattata da Ubaldo Bertoli, da Beppe Fenoglio, da Cassola, da Tobino, da Bilenchi nei loro romanzi di passione e Resistenza: quella realtà cioè che non si riferisce più soltanto alla guerra guerreggiata persa o vinta, ma alla politica, quando cioè «non si può dire che in paese ci fosse miseria, ma la povertà che veste l'abito della noia e quello che con sé porta, ovunque, è il silenzio della rassegnazione».
Rinaldi che è narratore di cose e di persone con identica efficacia, non tralascia di tracciare tutti i riferimenti che siano utili, e talvolta anche curiosi, nei confronti della Storia - la tragedia del grande Torino a Superga nel maggio del '49, le gare ciclistiche con le vittorie di Bartali e Coppi - ma non dimentica il Biondo, Cornelio e Bonfiglio: quei personaggi che fanno molto pensare e riflettere «sull'importanza delle nostre radici culturali, sull'identità delle piccole comunità che, a volte, come nel caso di Neviano, esprimono una dirompente carica di umanità di persone che credono che i sogni possano diventare realtà», osserva Maurizio Landini nell'affettuosa prefazione.
Ma «la bottega di Aldo» non è un romanzo locale,  è semmai corale; e in questa sua tipica calibratura esercita un fascino del tutto particolare, il fascino di coloro che arrivano o partono, delle stagioni che s'alternano, dei lavori dei campi che si svolgono secondo l'antica novità del bisogno rinnovato  e, infine, è il romanzo di Aldo: «che personaggio Aldo! Il barbiere del paese.
Una vita in salita. Non possedeva niente, col niente mandava avanti la famiglia e la povertà era l'abito che sapeva indossare coi tratti del signore. In casa sua non si parlava il dialetto e i figli, ne aveva quattro, dovevano continuare gli studi superiori. Tre maschi al conservatorio, una femmina alle magistrali, e fare il barbiere voleva dire sì e no vivere alla giornata».
Dunque: una piena identità tra il personaggio, il suo ruolo e il suo luogo, una memoria fitta, ostinata nel suo esser precisa, storica, familiare con un continuo riferimento allo scrittore, alla sua passione  per l'opera lirica, e a Marino che aveva visto e sentito «Rigoletto» a dodici anni e al partigiano che portava lo stesso nome verdiano, questo Rigoletto, uomo o opera lirica che sia, che ritorna come motivo di confronto a chiudere il romanzo, dopo la morte di Aldo e la fine di un'epoca, questa volta sì, davvero, un'epoca finita poiché
 Inferno, Purgatorio e Paradiso stanno tutti in quella lapide che chiude la tomba di  Aldo, il nobile Aldo barbiere e gentiluomo della piccola terra di Neviano, il suo «mondo piccolo» che è ancora così grande, così vivo.
La bottega di Aldo -  Diabasis,   pag. 238, euro 18,00

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