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Racconto della domenica - Il cuore della signora Viola

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Marta Silvi Bergamaschi
La signora Viola uscì dalla porta di servizio; affondò le ciabattine azzurre  nella ghiaietta poi fu sul prato brillante di rugiada. Portava sulle spalle lievemente curve uno «scialletto» di anni, consunto: spesso pesava. Eccome pesava! La signora Viola non voleva farci caso: era naturale. Però! La vecchiaia? Sgradevole, soprattutto con i suoi segni esteriori: macchioline scure sulla pelle, occhi rimpiccioliti, rughe profonde, stanchezze e acute malinconie. Capitava a volte che dentro fosse tutto come anni addietro, quando viveva con suo marito: entusiasmi, attese, emozioni. Un dualismo tenero e struggente.
Mentre pensava, la signora Viola ammirò l’incendio del sole oltre la siepe di alloro. Sarà una splendida giornata, disse. Respirava profumi biondi e ramati, piccoli fiori gialli uscivano dall’erba, anche fiori azzurri carezzavano il prato. Una liquida dolcezza l’invase, un profumo intenso di miele calò in gola, un giallo splendente le offuscò lo sguardo. Era giunta, senza accorgersene, presso i grandi vasi dei limoni. Rimase immobile: un profondo stupore le strinse lo stomaco, la fece tossire. Possibile? I limoni erano un’effervescenza espansa, un oro luccicante. Le foglie si erano fatte piccole e lustre, i frutti grandi come teste di bambini. Ovviamente la signora Viola non voleva credere ai propri occhi; s’avvicinò, allungò una mano tremante, accarezzò un limone e lo sentì così bollente che alcune dita le si ustionarono.
 Viveva sola. Vivere soli è una sfida: con il mondo e con se stessi. In quell’istante il cuore le cadde. Sentì il muscolo muoversi, spingere, contorcersi: la signora Viola immobile ascoltava. Udì il cuore scivolare sull’erba con un tonfo molle: percepì esatto il vuoto, un vuoto gelido al posto del cuore. Automaticamente portò le dita secche ai seni cascanti e non udì più il battito. Il cuore lo vide danzare accanto ai vasi dei limoni e seguì la sua veloce trasformazione. Divenne un limone gonfio, turgido, la buccia lustra; emanava un profumo intenso. Aveva l’aspetto di un bel cuore giovane. Cercò di parlargli, ma pareva sordo. Non aveva nessuna voglia di risponderle. Cadde un limone da un ramo, poi ne cadde un altro. Dai cinque vasi caddero cinque limoni. Il limone-cuore era maestoso e ironico, spudoratamente sfacciato. Eccolo lì, il mio cuore, pensò la signora Viola. Viviamo, percorriamo vie di sofferenza e di amore, osserviamo il cielo azzurro o cupo, regaliamo libri e giocattoli ai bambini, facciamo la doccia e annusiamo profumi: un giorno, un normale giorno, perdiamo il cuore come si perde una moneta. Il cuore non esiste più. È diventato un limone. Perché mai il vento si è fatto maligno: la mattina le era parsa splendida, un incendio di sole. Ora il vento fischiava, nuvole correvano sul prato come chirurghi impazziti: recisero rami, amputarono fiori. I limoni seguivano il limone ch’era stato un cuore. Rotolarono sull’erba ammaccandola, calpestarono tenere coccinelle e piccoli ragni intenti a tessere i loro bianchi ricami, ruzzolarono tra le ciabattine della signora Viola, la quale barcollò e, per non cadere s’appoggiò al tronco del fico. I limoni infilarono la porta di casa. Pensiamo che la casa sia nostra e non è vero. Siamo inquilini scomodi. I libri, i mobili, i ninnoli, le pentole: niente di niente è nostro. Neppure i divani sono nostri: non c’è posto per noi.
 Così danzavano i pensieri della signora Viola che entrando furtivamente in casa trovò i limoni adagiati davvero sui divani. Alcuni, seduti a tavola, si erano preparata la colazione: divoravano zollette di zucchero e amaretti mignon. La signora Viola annusava e non sentiva l’odore di casa sua, perché ogni casa possiede un proprio inconfondibile odore. Un sentore aspro, di gabinetto odontoiatrico,  vischioso e subdolo, le ferì l’olfatto. Avrebbe voluto intavolare una conversazione con i limoni, ma questi l’ignoravano, la snobbavano. S’impadronirono di ogni angolo della casa, anche dei letti. Il cuore-limone della signora Viola si comportava in modo così trasgressivo! Ma come! Quale tipo di cuore si era portata in corpo. Non lo aveva mai conosciuto, mai capito? C’era da vergognarsi? Non lo sapeva la signora Viola. Fu presa da una profonda tristezza mista a rimpianto. Di che? Che cosa poteva rimpiangere ormai? Le minute pietre preziose della realtà erano sparite: ogni delicata bellezza se n’era andata. È assurdo, ma è così. La signora Viola osservò la sua casa occupata dai limoni. Buona permanenza, sussurrò. Uscì con la vestaglia a fiori, le ciabattine azzurre e lo scialletto floscio sulle spalle. Prese una strada qualsiasi. Non tornò mai più.

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