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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - Gocce di grappa e ricordi d'oceano

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Giacomo Pinelli

Quando ho mal di denti il tempo scorre con un ritmo irreale, giorno e notte si confondono. Quando ho mal di denti mi vendo come un giuda a qualsiasi rimedio che possa almeno darmi l’illusione di alleviare la sofferenza. Colluttorio, analgesici, antidolorifici, decotti di malva. Niente di tutto questo può giovarmi. Solo lei può corrermi in aiuto. Grappa. Grappa sulle mie gengive gonfie e dolenti, grappa sui miei denti sgretolati, grappa giù per la gola a bruciare la lingua, a darmi i brividi, a offuscare la mente. Il sollievo arriva veloce, mi sento anche rinvigorito, vado alla finestra a guardare la pioggia battente che rinfresca l’aria. 
Da ragazzino mi ci sarei buttato, sotto una pioggia così. Io, oltre a rimanere sotto gli acquazzoni, amavo andarmene in riva al mare. Non d’estate, ma nelle sere di gennaio, quando non c’è nessuno perché fa troppo freddo; restavo seduto a guardare il giorno diluire in fretta nel tramonto. Il mare dominava l’orizzonte fino al punto di contatto col cielo, ma nel buio dell’inverno quel punto scompariva presto e, se non era notte di luna, il mare diventava un mostro nero e ignoto; non avevo paura, ero solo un ragazzino ma le conoscevo, le storie di quelli che non erano mai tornati, però mi sentivo tranquillo, e presto il rumore ipnotico delle onde mi entrava nella testa e mi faceva chiudere gli occhi. Sognavo di quando avrei preso il mare e avrei lasciato tutto. Poi, a volte, succedeva. Arrivava un lungo, interminabile istante, in cui mi convincevo che un’onda gigante mi avrebbe consegnato alle correnti per abbandonarmi al largo. Ero tentato di aprire gli occhi, alzarmi e cominciare a camminare dentro l’acqua, una volta lo feci pure, senza nemmeno togliermi le scarpe, entrai nell’acqua e quando mi arrivò al polpaccio rabbrividii e corsi a riva tremante di paura e di freddo. Era come una calamità, mi attraeva seducendomi. Ne ho sentiti altri raccontare di un’attrazione fisica verso il mare, del desiderio di toccarlo, di sentirlo sulla pelle, di morirci dentro. La volontà di essere suoi prigionieri. Ne ho sentite di storie così, in giro per il mondo. Perché alla fine mi sono imbarcato davvero, cos’altro avrei potuto fare?
La mia vita, se l’è presa il mare e l’ ha consumata. E quando è giunto il momento, ha sospinto a riva i suoi resti. Una mattina come tante, vento freddo di Cornovaglia. Seduto sul prato umido della scogliera, l’Atlantico di fronte che si agitava. Ricordo la schiuma a piccoli batuffoli compatti che salivano dall’oceano e venivano a morire sull’erba. Un luogo senza tempo. E avvenne di nuovo, arrivò quella sensazione, mi sentii come alle soglie di un momento fatale, intimamente certo del rapimento di un’onda enorme, gigantesca, che avrebbe sovrastato la scogliera per portarmi via. L’oceano era pronto a inghiottirmi. Me ne stavo lì seduto, stretto fra le spalle, e cominciai a tremare. Non era la paura piena d’eccitazione che provavo da bambino, ma un’angoscia grigia, nera, paralizzante. 
Mi sentivo rassegnato, ma le onde continuarono a infrangersi sugli scogli, indifferenti; l’angoscia svanì in fretta, ma l’oceano mi aveva avvisato, era tempo di smettere di navigare e tornare a confondermi tra la gente della terra ferma. E cosa importa se ci si accorge che l’oceano ti resta negli occhi e nelle ossa, ti fluisce nell’anima e nelle parole. Quando si scende, si scende per sempre. La pioggia che sembrava finire ha invece ripreso vigore, il vento ne inclina la direzione, mi colpisce in volto, mi punge gli occhi. Abbandono la tettoia e comincio a camminare verso la riva sulla sabbia bagnata. Pioggia sulla testa. Allargo le braccia, pioggia su di me che sono ancora un ragazzino. Sul palmo delle mani aperte, sui vestiti e sul mio destino, sul sorriso involontario che è figlio dell’euforia da alcool, ma che importa, le onde adesso mi sfiorano le scarpe, un tizio passa poco lontano e mi guarda preoccupato, ma sono solo un vecchio che si diverte un po’ a sentirsi ancora giovane, non è grave.
 Ora però basta, me ne vado a casa, che mi gira la testa. Magari mi cucino qualcosa, il dente sembra a posto. Ma se vuole, che provi a tornare il mal di denti! Che provi a tornare anche la nostalgia. Io sono pronto, in dispensa ho ancora tre bottiglie di grappa. 
 

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