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E Parma indossò l'abito da festa

E Parma indossò l'abito da festa
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Ubaldo Delsante

C'è un motivo ben preciso per cui viene designato l’anziano senatore piacentino Giuseppe Manfredi a presiedere, al Teatro Farnese, l’inaugurazione delle celebrazioni per il Centenario Verdiano il 18 agosto 1913: Manfredi, già esponente del Governo provvisorio, con Sanvitale, Mischi, Fioruzzi e Verdi, fu tra gli eletti di Parma e Piacenza che esattamente cinquantaquattro anni prima avevano presentato a Vittorio Emanuele l’ex-ducato diventato parte del Regno d’Italia. Ma c'è anche un’altra ragione, forse più personale e meno nota, per considerare il suo un lieto ritorno a Parma: nel maggio 1859, braccato dagli Austriaci e in fuga da Piacenza, il trentunenne Manfredi era stato aiutato da un nobile parmigiano, il marchese Lodovico Dalla Rosa Prati, che lo aveva fatto passare a Fornovo, Pontremoli, Sarzana, Genova e da lì a Torino dove giungeva il 21 maggio, in tempo per ritornare a Piacenza l’11 giugno scortato dalle truppe piemontesi. Non più ricercato ma governatore.
Al centro del palco, accanto a Manfredi, quella mattina del 18 agosto di cent'anni fa, siedono Francesco Saverio Nitti, all’epoca ministro delle Finanze, il sindaco di Parma Giovanni Mariotti, quello di Busseto Carrara-Verdi, le autorità civili e religiose tra le quali l’arcivescovo mons. Conforti, parlamentari di tutte e due le province e, a rappresentare gli esperti che hanno organizzato le manifestazioni del Centenario, l’ingegnere Guido Tedeschi, l’avvocato Giuseppe Melli e lo scultore Ettore Ximenes ormai cittadino onorario di Parma.
Le manifestazioni si susseguiranno fino a ottobre inoltrato. La città ha mobilitato tutte le forze più vive e operose per dare un’immagine realistica delle proprie conquiste tecniche, agricole, commerciali, industriali, culturali e artistiche. Nei giorni successivi si susseguono eventi musicali in vari luoghi della città e principalmente al Teatro Regio dove dirige il maestro Cleofonte Campanini. Anche Busseto celebra il Centenario, ma a modo suo, con la direzione di Toscanini. Il pubblico è, però, attratto in maggior numero dal Parco Ducale dove uno stuolo di ingegneri, architetti e artisti ha realizzato una serie di esposizioni di importanza più che provinciale. Non tutte sono d’avanguardia, anche perché, nello spirito del Comitato organizzatore, si deve celebrare l’Ottocento, il secolo di Verdi, dimenticando forse che già Verdi aveva guardato oltre. In ogni caso i grandi padiglioni che in Giardino ospitano le esposizioni si ispirano, come scrive Gianni Capelli, "ai modelli del morente Liberty" e tutto quel mondo illusorio, di legno e cartapesta, sparirà ben presto tra le nebbie autunnali anticipando la sorte dell’allora appena abbozzato Monumento a Verdi. L'avvenimento è però funestato da un lutto inatteso, la scomparsa, proprio il giorno successivo all’inaugurazione, di uno dei giovani architetti che avevano progettato gli allestimenti, Raimondo Biondi.
Le esposizioni sono poste in padiglioni eleganti, ma precari, situati nell’emiciclo che fronteggia il Palazzo Ducale. Le più attese sono quelle artistiche: nel grande padiglione al centro del piazzale, la Mostra storica del Teatro Italiano, e al primo piano dello stesso palazzo, le esposizioni di pittura, scultura e architettura. In un apposito padiglione accanto al gruppo statuario del Sileno c'è anche una campionatura di preziosi cimeli dell’allora nascente Museo Etnografico Cinese voluto da mons. Conforti e ordinato dal missionario padre Giovanni Bonardi. I capolavori dei pittori emiliani dell’Ottocento erano collocati proprio nel salone che aveva ospitato l’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo "nei giorni epici della resurrezione patria, e dove Giuseppe Verdi si levò, vero interprete dell’anima d’Italia, ad affermare i nuovi destini della patria libera", come scrisse la rivista "Aurea Parma" diretta da Giuseppe Melli.
Completano le installazioni nel Parco Ducale le mostre agricole e industriali, l’ufficio postale, lo skating, le postazioni dei pompieri e dell’Assistenza pubblica, il caffè-ristorante, il cinematografo e il palco per i concerti bandistici. Il manifesto del Centenario è commissionato dall’editore Ricordi al valente grafico triestino Leopoldo Metlicowitz che riprende l’ispirata espressione del Maestro dalla robusta scultura di Vincenzo Gemito. L'esposizione artistica inizia con le sculture dei parmigiani Alberto Bazzoni, Guido Calori e Giuseppe Macchiavello (un ufficiale dell’esercito in servizio a Parma), artisti che Ximenes utilizzerà poi per statue del Monumento a Verdi, accanto ad opere di autori emiliani, toscani e laziali. Nella sezione di Architettura, tra progettisti milanesi, bresciani e romani spicca un Battistero e Fonte battesimale in stile bizantino di Enrico Del Debbio. Si tratta di un architetto di Carrara amico d’infanzia del presidente della Cassa di Risparmio di Parma, Annibale Cappella, che poi gli commissionerà la propria villetta ancora esistente sullo Stradone e alcune filiali della banca. Del Debbio negli anni Venti costruirà a Parma anche delle case popolari prima di andare a Roma a progettare il Foro Italico ed a guadagnarsi lo scanno di Accademico d’Italia. Notevoli alcune tavole del fiorentino Armando Titta, in seguito attivo anche a Roma nella cerchia di Marcello Piacentini.
Tra i pittori prescelti per il Premio perpetuo, dove la Commissione ha collocato i giovani più promettenti, figurano i parmigiani Giovanni Fabbi, Filippo Gabbi e Amedeo Bocchi, oltre a due donne, Emma Bonassi e Carlotta Zanetti, in compagnia di artisti di altre regioni e persino di uno svizzero di Lugano. Significativa la presenza del genovese Pietro Gaudenzi, amico di Bocchi, che di lì a poco lo ritrarrà nella Sala del Consiglio della Cassa di Risparmio. Entrambi erano già a Roma e in seguito sposeranno due modelle di Anticoli Corrado. Gaudenzi sarà nominato accademico di Parma e d’Italia.
A giudicare dai nomi e dai titoli dei dipinti, a parte Bocchi che già guardava alla Secessione viennese, non sembra che nel gruppo ci fossero artisti particolarmente attratti dalle avanguardie dell’epoca. Le sale dedicate ai pittori del secolo precedente si aprono con il parmigiano Salvatore Marchesi, il piacentino Stefano Bruzzi, i ferraresi Giuseppe Mentessi e Gaetano Previati (con ben undici quadri: questa sì una presenza davvero notevole), i modenesi Adeodato Malatesta e Giovanni Muzzioli, i bolognesi Luigi Serra (con una dozzina di quadri tra i quali il celebre, e un po' parmigiano, Annibale Bentivoglio prigioniero nel castello di Varano Melegari) e Coriolano Vighi, per riprendere con uno stuolo di artisti parmigiani tra Sette e Ottocento, a cominciare da Biagio Martini e Francesco Scaramuzza per finire con Cecrope Barilli e Paolo Baratta. E, nelle ultime sale, una nutrita serie di dipinti onorano il parmigiano Alberto Pasini, i cui soggetti orientaleggianti ricordano l’Aida, e i reggiani Antonio Fontanesi e Gaetano Chierici.
I dipinti esposti provengono dalla Galleria Nazionale di Parma, dal Collegio Venturoli e dall’Accademia di Belle Arti Bologna, dal Museo Civico di Modena, dalla Pinacoteca Comunale di Reggio Emilia, da privati e dagli stessi artisti che li pongono in vendita. Sul viale Nord del parco, da dove viene un fragrante profumo di pane fresco, c'è un’altra scultura. È quella realizzata da Emilio Trombara e raffigura il garzone che versa l’uovo nella farina, un logotipo ormai diventato usuale per i parmigiani e non solo, in bella vista sul tetto del padiglione del panificio Barilla. Qui si può fare un’ottima merenda con i "panini viennesi" e tirare un po' il fiato, tra un’esposizione e l’altra.

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