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Il racconto della domenica - Le fiabe di Yeats e la ragazza di Trieste

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 Roberto Schianchi

Accade. Per la verità accade spesso negli ultimi tempi. La notte,  il lenzuolo incollato alla schiena, gli occhi persi in un punto  indefinito del soffitto, la mente che mescola pensieri ed emozioni  a un ritmo sincopato, e il sonno, quel bastardo, che non arriva,  che non ti prende nemmeno a implorarlo in ginocchio. E' allora,  solo allora, alle soglie della disperazione, che scatta qualcosa,  qualcosa che ti impedisce di impazzire, che fa sì che le ombre che  ti scorrono davanti assumano contorni desiderati, tranquillizzanti, logici. Non è sogno, non è abbandono, è solo un vagheggiare cosciente alla ricerca del piacere, della felicità.
Accade così che a riempirmi quelle notti siano immagini dolci  e rassicuranti di colline verdi, di ruscelli che cantano, di scogliere  biancastre, di suoni d'arpa, odori di brughiera: l'Irlanda. Un  sogno di ragazzo, una nenia antica che si ripropone per dirmi stai  calmo, è qui la pace, è qui la felicità.
Ma perché Dio non ha voluto darmi un'altra visione, magari  sole, palmizi, culi e tette color del mogano invece di queste   immagini caramellose e persino irreali? Forse sono pazzo. Certo,  devo essere pazzo, se persino quando vado alla ricerca del piacere  mi scopro così infantile, così privo di originalità da dovermi  spaventare quando ci penso. Il fatto è che in passato devo essermi  fatto una vera overdose d'Irlanda. Avevo un setter irlandese,  vestivo all'irlandese, bevevo rigorosamente birra scura, i canti  gaelici mi estasiavano. Insomma, tutte cose che alla fino uno lo  guastano irrimediabilmente. Quante volte le mie dita hanno  sfiorato l'atlante sulla pagina dell'Irlanda alla ricerca di un nome,  di un luogo in cui collocare la mia vita. Quante volte ho fantasticato di essere un allevatore a Tullow, pescatore a Wexford,  scrittore a  Dublino. Quante volte ho accarezzato i capelli rossi di  Susan, di Betty o di Ethel, quante volte ho amato il loro pallore e la  loro malinconia. Ed eccoli che ritornano quei fantasmi, per  darmi sollievo, certo, ma al contempo avverto un senso di disagio, forse l'impossibilità di essere veramente normale.
Oh, mitico John Wayne di «Un uomo tranquillo», indimenticato Sean Torton, ex pugile tormentato dal rimorso e guidato  dall'amore. Tu sì che sapevi che cosa era giusto e cosa sbagliato a  questo mondo. Come avrei voluto somigliarti anche solo un poco.  Con quell'aria da timido orgoglioso, il berretto di traverso, le  maniche della camicia rimboccate a mostrare muscoli possenti,  il fazzoletto intorno al  collo, le bretelle a sostenere grosse braghe  di fustagno. Quello era un uomo, perdio.
  E invece eccomi qui a navigare in questa linea d'ombra. Senza  scopo, senza meta, con una faccia anonima, con vestiti omologati  in un mondo omologato per la mediocrità. Non sono mai stato in  Irlanda, non ci andrò mai: un altro dei miei fallimenti. Non posso  farci niente: le valigie mi angosciano più di un mitra spianato. C'è  chi non riesce ad arrivare, chi non riesce a tornare e chi, come me,  non riesce neppure a partire. Forse il mio dramma è tutto qui, in  questa incapacità cronica di sapermi rapportare al mondo reale.  La notte scorre lenta, accendo la luce, le immagini svaniscono di  colpo, ma i pensieri restano. Chiedo a una sigaretta di farmi  compagnia.
Sul comodino, da più di vent'anni, ci sono le fiabe irlandesi di  Yeats. Ne regalai una copia, una fredda sera di gennaio, a una  ragazza di Trieste, mentre le maschere del Caffè San Marco  sorridevano all'idea che la nostra amicizia potesse trasformarsi  in amore. E' rimasta l'unica, in tanti anni, a non avermi dimenticato e quel libro deve aver avuto la sua parte. Mi raccontava  che gli irlandesi le piacevano perché nel loro sangue doveva  esserci qualche goccia di pazzia. Io mi ero appena laureato con  una tesi sui manicomi giudiziari. Fu un'intesa perfetta. Lo stile  irlandese, a quei tempi, mi prendeva proprio, con buona pace per  il bisnonno Domenico. Lui che a New York con gli irlandesi ci  aveva dovuto convivere davvero, non li ha mai potuti soffrire quei  «pazzi fottuti», come li chiamava. Per sessant'anni lo avevano  fatto sentire un «maccarone» e non c'era verso che cercasse di  spiegare che lui con i terroni non aveva niente a che fare, che lui  veniva dalla Pianura Padana, alta Italia, niente, era come parlare  al muro.
Per loro restava un piastrellista «maccarone», razza inferiore.  Da ragazzo raccontava che con gli irlandesi si ritrovava a giocare  nel cortile della parrocchia. La chiesa: l'unica cosa che italiani e  irlandesi avessero in comune a New York. Ma i ragazzi irlandesi  si facevano sempre i fatti loro, non amavano mischiarsi agli altri,  e se si decideva di fare qualcosa insieme era solo per fare a botte.  Solo una sana scazzottata sapeva ristabilire un apparente ordine  gerarchico nel quartiere. Povero nonno Domenico, in fondo li ha  invidiati per tutta la vita. Ha capito che i veri padroni del l'America erano loro, gli irlandesi. Lui era lì da sessant'anni, ma  continuava a essere uno straniero, e non poteva immaginare che  suo nipote arrivasse ad ammirarli tanto da sognare la loro ter ra.
Improvvisamente le palpebre cominciano ad abbassarsi e un  sorriso ebete prende forma sulla mia faccia. Un puledro bianco  mi sussurra all'orecchio «Questo è il Connemara, ragazzo! Ca valcami fin che il cuore non ti scoppierà». 
 

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