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Illica, il progressista

Illica, il progressista
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di Giuseppe Martini

Col senno del poi, pensando a Gramsci che si chiedeva perché in Italia letteratura e arti figurative non fossero popolari come in Francia – e si dava la risposta: perché l’opera le sostituiva agli occhi degli italiani e i suoi librettisti diventavano i volgarizzatori dei grandi scrittori stranieri – ci si potrebbe allora domandare perché uno come Luigi ìllica non sia mai stato gratificato di una biografia ricca come questa che gli ha preparato da poco Gaspare Nello Vetro per l’editore Aracne di Roma («Vissi d’arte. Luigi Illica librettista»). Scarne ragioni, come la mancanza della focosa teatralità di certi versi alla Piave o alla Cammarano (la parola scenica invocata da Verdi...), impallidiscono di fronte all’entusiasmo dello stesso Verdi per i celebri versi di Cavaradossi, come da aneddoto riportato da Vetro, e in fondo non era quello richiesto dal mondo ripiegato degli operisti in carica negli anni di Illica. 
Non resta quindi che imputare la lacuna alla solita pigrizia della cultura italiana, impresa di norma sugli estremi di o ritoccare all’infinito il già noto o baloccarsi nei minuetti accademici. Illica poi di suo non offre le problematiche «strutturali» verdiane, per cui agli studiosi incliti un Piave o un Somma che rifanno versi sotto tortura del compositore diventano interessanti solo sulla misura degli stratagemmi predisposti dal musicista (o in funzione comparatista con i soggetti di riferimento, questo ancora più chic), negando così implicitamente la loro personalità letteraria; mentre per Boito, a cui di prassi vanno maggiori rispetti, s’allega la competenza di musicista e d’inventore un poco tortuoso di lemmi desueti, ed è fatta. È più naturale invece relegare Illica a campione di aloni esotici e decadentismi di provincia dietro i quali si nascondono le inconsistenze morali della coscienza italiana; il che peraltro ha una sua verità, che però sarebbe iniquo sminuire: guardato alla lente, il mondo di Illica appare più progressista del nostro. 
Questa è in fondo la morale di Vetro che, sempre con stile leggibilissimo e coinvolgente, non ama fare dei suoi biografati degli eroi e anzi incoraggia ad accettarne pregi e difetti nell’ottica del loro tempo. Il suo Illica ha la malinconia del ragazzino rammaricato di essere nato troppo tardi per vivere gli ardori risorgimentali (nel 1857) e l’aria fra il caposcarico e il guascone con cui si presentava ventiduenne nei salotti letterari al Caffè Manzoni di Milano, i cambi d’umore del ragazzino inquieto di Castell’Arquato e la disinvoltura con la quale caricherà i cavalli delle nuove tendenze artistiche. Persino le sue idee di trasporre rappresentazioni teatrali nella nuovissima invenzione del cinematografo, come annota in prefazione Marco Capra, fanno segno al suo vulcanico progressismo, riflesso nelle ridondanti didascalie dei libretti, quasi da sceneggiatura filmica. Pure, i suoi libretti di sempiterna gloria («La Wally», «Manon Lescaut», «La bohème», «Tosca», «Madama Butterfly», «Andrea Chénier») sembra non bastino a compensare i numerosi parti di minor successo per Mascagni, Gnecchi o Mascheroni, ma è proprio lì che la ricerca critica di Vetro, condotta al setaccio di giornali d’epoca e pubblicazioni dimenticate – c’è in coda anche un’antologia critica – coglie l’essenza di Illica: il tentativo di riscattare nella componente letteraria un malato ormai preoccupante come il melodramma. Non solo giapponeserie di superficie, e neppure definizioni limitative e sbrigative (Illica poeta «verista»), ma captare l’indefinito con il vocabolario dell’estrema semplicità o della desuetudine, superando la banalità del racconto. 
Ciò non lo salvò dal fare e rifare, specie per l’incontentabile Puccini: a differenza di D’Annunzio e Pascoli, scrittori che nonostante tutto difficilmente s’intendevano con i musicisti, Illica provava a mediare con la componente letteraria le ambizioni sceniche che la nuova musica faceva sempre più fatica a concretizzare. Negli ultimi anni il suo artigianato era divenuto industria, la «fabbrica dei libretti» di casa sua, si era anche arruolato alla Grande Guerra, sessantenne, unico a mantenere una promessa guascona di gioventù. Morirà l’anno dopo la fine del conflitto: ma ormai il mondo stava cambiando così rapidamente che per l’opera italiana ormai al traguardo poco avrebbe potuto fare il suo intuito formidabile.
Vissi d’Arte. Luigi Illica librettista Aracne, pag. 254,14,00
 

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