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Vittorio Sereni, elegia infinita

Vittorio Sereni, elegia infinita
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Giuseppe Marchetti

E' l'estate del 1913, il ventisette luglio. A Luino, nasce Vittorio Sereni, mentre in Francia Alain-Fournier, che morirà l'anno dopo, pubblica «Le grand Meaulnes», storia della sua trasfigurata giovinezza, e Marcel Proust pagando le spese editoriali dà fuori «Du côté de chez Swann», il primo libro del grande ciclo della Recherche. A Firenze, intanto, sotto la spinta di Marinetti e soci, Papini, Soffici e Palazzeschi danno vita a «Lacerba» rivista futurista e Attilio Vallecchi fonda la propria casa editrice. E' tutto un nuovo mondo che si mette in moto, e un nuovo modo di concepire l'arte, anarchico e vitalistico fermento che confluirà di lì  a poco nella tremenda fornace della prima Grande Guerra. Sono giusto passati cento anni (e che anni!) e a Bocca di Magra si ricordano le estati che vi trascorreva Vittorio Sereni con la propria famiglia, avendo scelto quel luogo tranquillo e appartato per «Un posto di vacanza». E proprio così «Un posto di vacanza. Una geografia sereniana» s'intitola la giornata di studi che il Comune di Ameglia assieme ad alcuni generosi e meritevoli privati, il Ristorante Capannina da Ciccio, il cavalier Boschi, le Cantine Colli di Luni Lunae  e l'editore Mondadori, hanno organizzato per domani  pomeriggio a Bocca di Magra a Villa Romana, chiamando a parlare di Vittorio Sereni, della sua vita, delle sue «vacanze» e della sua indimenticabile opera poetica Giancarlo Meazza, Stefano Raimondi, Gabriele Scaramuzza, Sotirios Pastakas, Elena Andreani, Isa Guastalla, Laura Chiari e chi scrive. Una giornata di studi che inizierà alle 17,30 nel segno di quella fondamentale osservazione che molti anni or sono faceva Giovanni Giudici quando Bocca di Magra dedicò a Sereni una strada. Diceva  Giudici: «Sereni è stato un poeta di luoghi» e, in particolare, di quella «severa riflessione intellettuale, esistenziale e anche politica espressa nel poema ''Un posto di vacanza'', con ambizione metaforica e accorta ambiguità». Dunque, torniamo  all'infinita sua elegia, ricordandolo qui come Amico e  Maestro di alcune generazioni di scrittori nostri contemporanei, a cominciare dai ritagli dell'esistenza che in «Frontiera» e in «Diario d'Algeria» - ora ripubblicati in un prezioso volume della Fondazione Pietro Bembo/ Ugo Guanda editore, a cura di Georgia Fioroni - fondano tutti gli stati d'animo del poeta, il suo stare al mondo, il suo porsi a confronto con la natura, la storia, gli affetti familiari, i viaggi, i luoghi e la poesia naturalmente avvertita, «divinata» come scriveva Zanzotto di «Stella variabile», in una lunga contemplazione di stazioni e di «baluginanti alfabeti» (Zanzotto) a sfidare tutta la complessa attività dell'arte scrittoria in versi e in prosa. Ma poi per Sereni valgono anche gli  «immediati dintorni», cioé il suo volgersi alla memoria come ad una dolcezza che si permea di figure, voci, profili, di piani d'ascolto, di timori, di allerte improvvise e di altre improvvise conclusioni rafforzate nei simboli e nei valori. Nei valori dell'amicizia, ad esempio, così riccamente sviluppati e spasimati nell'epistolario con Attilio Bertolucci (Garzanti, '94), e resi maggiormente palpitanti, in questo caso, dalla medesima età - due anni in più per il poeta parmigiano - e dall'origine parmigiana, felinese, della moglie Maria Luisa, al ricordo della quale ora si aggiunge quella della figlia maggiore Maria Teresa, la Pigot, tenace e peritissima curatrice dell'opera paterna. Un tutt'uno, si dovrebbe dire, mischiato di dolori, speranze, rivelazioni e delusioni come accade nella vita di tutti noi, e come scriveva Attilio a Vittorio in una confessione del '65: «Da Sirio, dai quindici anni, faccio il mio lavoro per mio conto, lo sai: il bello è che sembro partecipare, è per pigrizia che lo lascio credere». E Vittorio commenterà: «divino egoista!». Ma, in fondo, il «conservatore di rovine», come definiva Sereni Giuliano Gramigna, è davvero quel poeta dello «Sguardo di rimando»,  che negli «Strumenti umani» - ora ristampato in un Oscar Mondadori di più di mille pagine a cura di Giulia Raboni e con un saggio di Pier Vincenzo Mengaldo - s'identifica nell'immagine del «tarlo nei legni,/ una sete che oscena si rinnova/ e dove fu amore la lebbra/ delle mura smozzicate delle case dissestate:/ un dirotto orizzonte di città».
Immagine che, sconvolta e capovolta, accompagna tutta la poesia di Sereni, tutta la sua maturità così improvvisa - sembrò sino dai tempi di «Frontiera» - e invece così lungamente e faticosamente posseduta come osservava Dante Isella nella prefazione a «Tutte le poesie» (Mondadori, '86) curata dalla figlia Maria Teresa, riportando la confessione del poeta stesso: «La coscienza, in me, di ciò che scrivo via via si perde ben presto. Posso dirlo senza falsa modestia: il credito che concedo a me stesso sta sempre tra l'ultima cosa scritta e la prossima da scrivere». Quindi, divino egoista anche lui benché in apparenza indifferente, ma poi non tanto, in verità, se in una lettera ad Attilio del gennaio '80 poteva scrivere: «Meglio delirare Casarola da lontano, mentre da qui immagino favolose notti luinesi che non vi sono mai state. Ma non mi spiacerebbe, scegliendo ore giuste e luce propizia, trascinare te  e Ninetta un giorno a Luino. Sarà mai possibile? In fondo un po' me lo merito». Il desiderio non si realizzò e tre anni dopo Vittorio Sereni moriva. Ancora risentiamo la sua voce: «E' un breve risveglio di vento,/ una pioggia fuggiasca./ Nel dire il mio nome non enumera/ i miei torti/ non mi rinfaccia il passato».
 

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