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E Psiche sposò Amore

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Pier Paolo Mendogni

Una mostra su Amore e Psiche non poteva avere migliore sede di Palazzo Te a Mantova dove Giulio Romano ha trasformato una stanza in un capolavoro scenico, dipingendo l’avventurosa storia mitologica narrata nel II secolo d. C. da Apuleio nelle «Metamorfosi» o «L’asino d’oro». Avvocato colto, studioso cosmopolita, filosofo seguace del medioplatonismo, impregnato di un forte misticismo, Apuleio ha voluto descrivere il tribolato viaggio dell’anima (Psiche) per staccarsi dalla materia e raggiungere attraverso l’amore la sublimazione eterna. La rassegna (aperta fino al 10 novembre) si propone si approfondire il mito di Amore e Psiche – ha sottolineato la curatrice Elena Fontanella - «basandosi sull’interpretazione che ne venne data nell’Umanesimo in chiave platonica» per cui il percorso è una lettura iconografica delle vicende di questa «favola dell’anima» attraverso opere che vanno dalle statue votive greche del V secolo a. C. a opere di Tintoretto, Candlelight Master (detto Trophime Bigot), Jacopo Palma il Vecchio, Canova, Salvador Dalí e altri. Infatti il mito di Amore e Psiche ha sempre goduto di una larga popolarità. Psiche era figlia di un re ed aveva due sorelle maritate; lei invece non veniva chiesta in sposa nonostante fosse così bella da essere paragonata ad Afrodite, suscitando l’ira della dea che chiedeva al figlio (Amore, Eros) di farla innamorare di un uomo abominevole. Sennonché il ragazzo si pungeva con la freccia ed era lui ad innamorarsi di Psiche. E’ l’orologio molle di Dalí a scandire il tempo languido dei sentieri dell’anima nei quali vaga, elegante nel suo peplo e con gli occhi velati di malinconia, una marmorea fanciulla romana: Psiche nuova Afrodite; la dea è lì a poca distanza, simile come bellezza. Apollo aveva predetto a Psiche il matrimonio con un essere «non umano» e i genitori la portavano sulla cima di un monte (Giulio la fa deporre tra erbe e fiori), ma Eros la faceva rapire da Zefiro e trasportare nel suo palazzo, dove l’incontrava solo di notte. A turbare la felicità di Psiche erano le sorelle invidiose, che le insinuavano il sospetto che il marito fosse un mostro che l’avrebbe uccisa per cui lei doveva anticiparlo, andando a colpirlo di notte. E Psiche con lucerna e coltello nel buio si avvicinava al talamo e scopriva Eros, giovane e bellissimo: la sorpresa era tale da sconvolgerla e una goccia d’olio bollente cadeva dalla tremante lucerna su di lui svegliandolo e facendolo fuggire. E’ questa una delle scene più rappresentate del mito: anche Giulio la descrive con toni inquietanti come il francese Trophime Bigot, artista barocco specializzato in scene al lume di candela. Psiche in quel momento prendeva coscienza completa del proprio amore per Eros e si disperava: ecco «Psiche abbandonata» di Giovanni Cappelli (1846) e il magmatico «Concetto spaziale» in terracotta di Lucio Fontana che coi suoi buchi scuri richiama l’angoscia panica della giovane che va, pellegrina, nei santuari delle dee a chiedere vanamente aiuto, arrivando infine in quello di Afrodite. La dea non era tenera verso di lei e le imponeva quattro difficilissime prove che Giulio Romano descrive. La prima consisteva nel dividere un’enorme quantità di sementi; la seconda nel raccogliere la lana d’oro del gregge delle pecore del sole; la terza nel prendere acqua sulla cima di un monte impervio: tutte superate con l’aiuto anche di Giove. Nella quarta doveva scendere tra gli inferi e chiedere a Proserpina l’elisir della perenne giovinezza, racchiuso in un’anfora che la giovane, incuriosita, apriva durante la risalita, respirando il fluido e cadendo in un sonno profondo. Dalí con la sua Venere bronzea ritmata dalla perfezione dell’ovo sottolinea l’implacabilità primordiale della dea mentre la giovane Psiche (qui in un statua dell’età imperiale), risvegliata da Eros, ha la compresa serenità di chi ha compiuto il viaggio iniziatico giungendo ad uno stadio di superiore illuminazione.Giove, commosso, donava a Psiche l’immortalità di dea consentendole di unirsi in matrimonio con Eros, festeggiato con un sontuoso banchetto, che costituisce il punto focale della strepitosa stanza di raffinata sensualità godereccia, dipinta da Giulio tra il 1527-28. Amore e Psiche, semicoricati su un triclinio, osservano la movimentata scena, che ha al centro una splendida piattaia con raffinato vasellame, intorno alla quale si muovono satiri vogliosi, turgide ninfe in una ricca simbologia non priva di elementi alchemici, così da realizzare una gioiosa, vivacissima apoteosi dell’anima e della felicità. E l’incanto di questa stanza mitologica viene moltiplicato dalla singolare installazione di Alfredo Pirri che ha trasformato il pavimento in una superficie specchiante con sorprendenti effetti suggestivi. Il percorso si chiude con un gesso del Canova: Amore e Psiche in piedi, teneramente accostati, accarezzano una farfalla – per gli antichi simbolo dell’anima – per sottolineare come la trasformazione da larva in crisalide e farfalla sia simile a quella dell’anima attraverso la vita, la morte e la resurrezione. 

 

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