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Il racconto della domenica - Il gelsomino sulla duna

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Marta Silvi Bergamaschi

Era una ragazzetta in apparenza svitata, che entrava in un bar e ordinava: «Subito un Campari».  Se lo beveva con tanto gusto che il cameriere le chiedeva: «Ma davvero le piace tanto?». «Mi piace -  rispondeva lei - contribuisce a farmi vivere nelle mie illusioni, come in un meraviglioso bozzolo». Il cameriere scrollava la testa. Lei usciva e nella splendida luce estiva incontrava Marco. «Ciao, piccola scimmia. Hai bevuto anche questa mattina, vero?». «Ma come ti permetti; faccio ciò che mi pare. E non chiamarmi “piccola scimmia”, mi irrita». «Scherzavo, lo sai bene: sai e fingi di non sapere». «Io non fingo, so benissimo tutto, carissimo Marco: soltanto che non voglio. Ricordi quell’antico canto che ci divertiva? “E’ farfalletta libera e giuliva/ che vola nell’azzurro senza nubi/ indugiando su un fiore o su una riva/ finché giunga il fanciullo che la rubi.''  Io non voglio essere rubata, vorrei soltanto essere amata. Ma non è più di moda; oggi, mio caro, occorre immediatamente essere disinibiti». «Sono invenzioni tue le amare parole che pronunci: chi ti ha chiesto di fare subito sesso; dimmelo, per favore». 
«E’ risaputo. A quattordici anni si mette al mondo un figlio. Anche a tredici. Sentissi le esclamazioni addolorate di mia nonna. E’ un mondo, dice, che dall’alto e non, manca di esempi, fatto soltanto di apparenza e di denaro. Ognuno vuole tutto e subito. Così ogni sentimento si uccide, conclude la nonna». «Sono cambiate molte cose, è vero. Evoluzione? Progresso? Un modo nuovo di pensare? Non so - rispose Marco -  però l’amore esiste, è dentro di me e arde, te lo assicuro. E’ un fuoco continuamente alimentato». 
«Ecco il mare -  esclamò Cristina -  immobile e sfolgorante, ha un sorriso azzurro e una carezza di seta. E’ bellissimo così vuoto nel primo mattino. Le ricordi le parole di Deledda? “Tutta la spiaggia grigia e dorata rassomigliava a un largo viale lungo il giardino azzurro del mare”». 
«Ti affascina la letteratura: non fai che citare. Ma io vorrei essere nella tua bella testolina e sapere veramente ciò che pensi»  disse Marco. 
«I pensieri -  rispose lei - sbocciano come corolle o sono ispidi ricci che pizzicano il sangue. Questi nostri pensieri rubati dal vento come fiori appassiti! Meglio non parlarne». «Possiedi, mia cara, l’abilità di non rispondere mai. E’ una perfida astuzia?». «L’astuzia non mi va, lo sai bene, se un poco mi conosci. Basta. Parliamo troppo. Osserva la bellissima duna che ci attende. Una deliziosa gobba abbellita da un arbusto verde. Pare anche fiorito. Meraviglia! Marco, è un gelsomino. Il vento, con i suoi magici voli, ha donato al mare un gelsomino. Questi sono i bellissimi eventi della vita». 
 Sedettero sulla sabbia. Lei avvolta nel copricostume azzurro - era bella - i ricci biondi le cascavano lucenti sulle minute spalle, gli occhi grandi, azzurri come genziane, infantili, elementari come il quieto rumore dell’onda, osservavano ogni minima cosa, la bocca era piccola, una fragola messa lì sui candidi denti. Era bella e Marco tremava. Era semplice e bella. Semplice? Era lei, unica. E Marco tremava. 
Cristina s’avvicinò al gelsomino: i piccoli fiori bianchi emanavano un profumo dolcissimo. 
«Bello è l’amore dei fiori. Così pulito, così semplice! Devo confidarti una cosa Marco». «Dimmi»  rispose lui. «Quando seppi che si fa tutto lì, sai bene dove... soffrii moltissimo. Quale orribile fantasia, pensai. E lo chiamano: facciamo l’amore!».  Marco prese a ridere, rideva tanto che gli occhi gli lacrimavano. «Tu, Cristina, sei rimasta piccola. Tu sei una bambina che beve il Campari. L’amore è nel cervello, o nel cuore, tanto per essere romantici. Certo, ciò che hai detto può anche essere vero. Ma è una legge della vita. Poi tutto si trasfigura: è l’amore che illumina e purifica. Essere una carne sola, una sola anima. Sei una ragazzetta unica e sai bene che io ti amo». 
«Torniamo, stasera?» chiese Cristina. «Torniamo». Tornarono. Adagiata sulla duna una luce di madreperla somigliava a una grande coperta. Il mare dormiva, immoto, senza sogni. All’orizzonte dondolavano le lampade tremule dei pescherecci. La luna vagava nel cielo e Cristina notò un sorriso sul volto lontano. «E’ un sorriso?» chiese a Marco. «Lo è, puoi starne certa».
S’adagiarono ai piedi del gelsomino che aveva serrato i minuscoli fiori in un riposo lieve.
Si amarono con tenerezza, parole confuse uscirono dalle labbra arse: fu una canzone del corpo e dell’anima. La luna, soddisfatta, li guardava. «Berrai ancora il Campari?» chiese amorosamente Marco. «Mai più»  rispose Cristina. 
 

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