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Charlot paladino degli ultimi

Charlot paladino degli ultimi
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 di Francesco Mannoni

 Ci sono molti modi di scrivere una biografia romanzata, ma quello scelto dallo scrittore di origini siciliane Fabio Stassi per raccontare Charlie Chaplin, è originale e poetico. Con parole semplici fa risaltare un simbolo del Novecento, l’uomo che ha dato un’anima al cinema con le sue piroette, i suoi sorrisi languidi e le sue moine, la sua innocenza spalmata sulla cattiveria di un mondo affrontato da orfano come strillone, tipografo, boxeur e imbalsamatore prima di diventare il simpatico vagabondo con la bombetta e il bastone di bambù. La sua vita in un’America dove il mondo è una sorta di «strada ferrata, un taglio dentro la terra», è un miracolo d’ingegno e trasformismo, fino a quando la morte non andrà a fargli visita e a stabilire con lui un patto tremendo: la bieca riscuotitrice d’anime lo lascerà vivere fino a quando riuscirà a farla ridere. Lui s’impegna, ma più che i suoi lazzi, sono i movimenti impacciati dall’età a far ridere la morte che rimanda di anno in anno ma non perdona. Il confronto è un duello impari, ma è in questa sproporzione che l’uomo e l’attore appaiono in tutta la loro grandezza umana fuori da ogni finzione. «L'ultimo ballo di Charlot» (Sellerio, 288 pp. 16) è un libro affascinante che coniuga poesia e invenzione con straordinari esiti comici e struggenti malinconie. A Roma, alla Biblioteca di Studi Orientali della Sapienza, incontro Fabio Stassi, che con questo romanzo è finalista al premio Supercampiello, come l’autore della cinquina più votato dalla giuria tecnica.
Stassi, perché un libro su Charlot?
 I miei genitori amavano Charlie Chaplin come uno di famiglia, perché quel vagabondo sfortunato raccontava anche la loro storia: una vicenda di emigrazione che riguardava un ragazzo di vent’anni che parte dalla Sicilia e va a cercare altrove il proprio destino. Nell’infanzia aveva vissuto parecchie difficoltà: la miseria e la solitudine, la malattia della madre ricoverata in un manicomio e il padre alcolizzato. La figura di Charlot a casa mia, proprio per queste coincidenze era quasi venerata, e da bambino ho visto con i miei genitori tutti i suoi film. Quando Charlie Chaplin è morto, avevo 15 anni, ed era il giorno di Natale del 1977. Per la mia famiglia fu un vero lutto, un dolore indicibile. Quell’ometto con il suo bastone di bambù e la bombetta che avanzava di spalle saltellante in direzione di strade infinite, con molta ironia e molta leggerezza, sapeva fare della sua comicità disincantata una specie di magia consolatrice. Per tutta la vita è stato un uomo che passava dalla gloria alla polvere sempre però riuscendo a risollevarsi. Cosa lo sosteneva?
La consapevolezza d’essere un perdente sempre fuori posto, un ruolo che ricopriva con enorme sussiego e forza di carattere. E lo dimostra anche nel personaggio che ha inventato perché in Charlot tutto è fuori misura, anche se l’essere un personaggio incredibile, ne fa una figura favolistica eccezionale. Ma anche se punta alla celebrazione dell’assurdo, in Charlot Chaplin riassume tutte le sue sconfitte, le sue miserie e le sue speranze. In qualunque momento Chaplin esprime un disagio inconciliabile con il mondo, proprio perché è infelice. Ma la cosa più bella è che la sua rivincita non diventa una vendetta, ma un riscatto personale. Charlot non è un cinico anche se a volte potrebbe sembrarlo: è il simbolo di una grande umanità che trabocca dalle sofferenze che prima di inaridirlo lo hanno rinvigorito. Charlot riesce a farsi attraversare dalla sofferenza e a restituirla in umanità.
Charlot domina su tutti gli altri personaggi del libro: un protagonista assoluto?
Charlot è il protagonista di questa storia ma non è l’unico pur incarnando molti temi a me cari. I personaggi sono tanti, a cominciare dalla morte che ho immaginato stanca di portare se stessa in giro per il mondo. Ci sono anche altri personaggi a cui sono legato, come la Funambola e Marina, la ragazza di cui Charlot s’innamora. Ho cercato di realizzare un’azione corale che avesse Charlot come unico messaggero dentro un viaggio d’incontri e abbandoni che lasciano nei personaggi un seme di malinconia. In tutti loro lui si riconosce e li replica all’infinito in quella magia d’immagini e suoni che sono l’anima del cinema.
La biografia di Charlot è anche la sua autobiografia in qualche modo?
Sì, nel libro ci sono molti richiami autobiografici, soprattutto i temi di fondo. Anche i personaggi ai quali ho prestato i caratteri dei miei familiari (la donna armena è tutta mia nonna) sono figure che ho sempre sentito dentro di me e che ho materializzato scrivendo. Sono cresciuto sentendo tante storie chapliniane riferite a gente che attraversava l’Atlantico per andare in America o in Africa, e tutti ricordavano la guerra e la miseria. E queste storie di sofferenza raccontate da grandi narratori orali, con una teatralità tutta siciliana, hanno la schietta sensibilità di gente che, pur non avendo studiato, sapeva tradurre le emozioni con parole setacciate dal profondo di una antica sapienza.
Quanto era rigido Chaplin sul lavoro?
Era un perfezionista. Viveva l’arte come una sorta di sfida epocale quasi una questione di vita e di morte. Per lui recitare non era solo fare del cinema: c’era di mezzo un senso di riscatto, di risarcimento, e di rivincita. Era nato in un quartiere povero di Londra, come un personaggio di Dickens, ma la sua ostinazione ne faceva un essere di straordinaria forza perché sentiva una vergogna assoluta nei confronti di chi gli era superiore socialmente.
Ed è questo che lo ha spinto a diventare una sorta di simbolo? 
Sì, perché dal peso della povertà scaturì la ferocia per diventare il più grande attore del mondo, riscattarsi in qualche modo. Provava una responsabilità superiore al suo personale destino: come se lui potesse dar voce a tutti i diseredati della terra. E c’è riuscito. Ha fatto un regalo enorme ai più deboli dell’umanità perché li riscattava e gli dava un’opportunità che la vita gli aveva negato.
L'ultimo ballo di Charlot  - Sellerio, pag. 288, 16,00
 

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