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Thuram, un calcio al razzismo

Thuram, un calcio al razzismo
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Francesca Avanzini

Immaginate un mondo dove tutto ciò che è bello e buono è nero. Dove tutti gli scienziati, condottieri, re, regine, filosofi e poeti sono neri. Immaginate come ci si possa trovare un bambino bianco. Poi, più realisticamente, ribaltate la situazione e pensate a come possa trovarsi un bambino nero in un mondo bianco, quale complesso di inferiorità possa sviluppare, quanta rabbia, fatica, rivalsa gli costi anche la minima affermazione di se stesso. Per sfatare il pregiudizio che solo il bianco può eccellere in campo intellettuale, mentre il nero è tutto emozione e fisicità (cliché già affibbiato alle donne, che per Lennon erano «the nigger of the world»), Lilian Thuram, campione di calcio ora ritiratosi, ex giocatore del Parma, ha scritto «Le mie stelle nere», appassionata difesa dell’umanità in quanto tale, al di là di ogni distinzione di genere o colore. Che non esistano le razze, ci ha già pensato la scienza ad affermarlo: tutti deriviamo da una comune culla africana. Schopenhauer, come qualcuno ha recentemente ricordato, aveva avuto una geniale intuizione: l’uomo bianco è solo un uomo scolorito. Ecco dunque che il primo personaggio preso in esame da Thuram è Lucy, la nostra comune progenitrice, che procedeva in parte appesa agli alberi, in parte ancheggiando sul terreno per via del non ancora perfetto sistema deambulatorio. Il concetto di razza è stato creato a scopi di conquista e si è affermato soprattutto con l’avvento dell’industrializzazione e della colonizzazione: è più facile uccidere, sfruttare e prevaricare qualcuno considerato alla stregua di una bestia che non un proprio simile. Così, neri con proprie millenarie e raffinate culture sono passati da selvaggi. Allo stesso modo la propaganda nazista, per rendere meno colpevolizzante il loro sterminio, ha disumanizzato gli ebrei. L’antichità era più equanime, trattava alla pari bianchi e neri, come il giusto faraone Taharqua, la scaltra regina angolana Zingha che nel XVII secolo tenne testa ai Portoghesi, o quei cacciatori mandingo che nel 1222, ben prima della rivoluzione francese, stilarono una carta dei diritti dell’uomo. A ogni personaggio è dedicato uno svelto ma profondo e avvincente capitolo, pieno di cose che prima non si sapevano. E se Puškin era fiero del suo ottavo di sangue camerunense, i Dumas erano originari di Haiti ed Esopo era probabilmente nero, pochi di certo conoscono i tanti pittori, inventori, musiscisti e scienziati neri che hanno dato lustro alle corti europee e contribuito al progresso dell’umanità. Da Lumumba a Mandela e Obama, passando per Malcolm X, Martin Luther King, Rose Park, Billie Holiday e molti altri, si dispiega il potenziale rivoluzionario, ovviamente non in senso armato, ma in quello di cambiamento delle coscienze, del libro di Thuram, che sarebbe bello potesse essere adottato nelle scuole. Thuram ha capito una cosa fondamentale: cambiate l’immaginario comune e cambierete l’uomo, aumentate la reciproca conoscenza dei popoli, date ai bambini personaggi su cui basare la propria personalità, stelle che gli indichino la rotta, e forse avremo dei cittadini migliori. E chissà che Thuram non venga  a Parma a presentare il suo libro: tutti - non solo gli sportivi - ne sarebbero contenti.
Le mie stelle nere - add editore, pag. 446,18,00

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