Arte-Cultura

Verdi 1913 gli occhi del mondo su Parma

Verdi 1913 gli occhi del mondo su Parma
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Giuseppe Martini
All'inizio di agosto del 1913 Glauco Lombardi, membro della commissione storica per la Mostra storica del teatro italiano in Parco Ducale, si recò a Sant’Agata per ritirare dalle mani di Maria Carrara Verdi la copia del busto bronzeo di Verdi scolpito da Vincenzo Gemito, per collocarla al centro del Palazzo delle Esposizioni dove si sarebbero svolte le grandi mostre del primo Centenario verdiano: un gesto breve e solenne, ma anche di queste cose si pasceva l’inesorabile macchina delle celebrazioni. Era poi pressoché concluso il restauro del Teatro Regio: riapparvero le dorature degli ornati ricoperte da decenni di fuliggine, furono restaurati i parapetti e tornarono visibili i genietti e i drammaturghi dipinti nel 1828 sulla vòlta, vennero reimbottite le poltrone e le sedie in felpone e velluto rossi, rifatto il velario su modello di quello della Scala, reimbiancati i soffitti dei corridoi: «Tutto questo si può ancora fare in due mesi» riporta una memoria dei progetti a inizio giugno «conché non si perda altro tempo», e in due mesi più o meno si fece quasi tutto.
Ma anche allora, evidentemente, non si rinunciava a quell’attitudine tipicamente italiana che consiste nell’organizzazione all’ultimo momento. Può essere d’interesse far luccicare un po’ di storia sulle celebrazioni verdiane di questo 2013 controllando per esempio a che punto fosse la macchina gemella di un secolo fa, a costo di dover malcelare un certo rossore. Il Comitato nazionale, per esempio, era già formato dal 1911, con patronato del re Vittorio Emanuele III, presidenti il premier Giolitti e il presidente del Senato Giuseppe Manfredi, vicepresidenti Arrigo Boito e i ministri Credaro e Nitti, e non è stato rifatto due volte come per le celebrazioni attuali, di cui l’ultima un mese fa. E del resto nel 1913 il Paese non se la passava meglio di adesso, fra i cocci della Guerra di Libia, l’emigrazione incontrollabile, gli scioperi e gli eccidi proletari, senza contare che si era alla vigilia di una guerra mondiale.
Almeno però non mancavano le idee, che in fondo costano poco. C’era in più una persona su cui contare per la parte più sostanziosa delle celebrazioni, quella della stagione operistica: Cleofonte Campanini. Quello che, non dimentichiamolo, era allora uno dei maggori direttori d’orchestra al mondo, era stato designato responsabile unico per gli allestimenti operistici a Parma, vale a dire che era lui a indicare i titoli, lui a scegliere il cast, lui a stabilire le date delle rappresentazioni e lui ad approvare anche i prezzi dei biglietti, secondo quel modello di direzione-manageriale che aveva appreso in America, dove aveva diretto la Manhattan Opera House e ora dirigeva la Chicago Grand Opera Company fra il tripudio delle folle.
Anche a Parma il tripudio era sonante appena si pronunciava il nome del concittadino Campanini, così avvenne anche durante il discorso del ministro Nitti al Teatro Farnese per l’apertura delle celebrazioni, e l’attesa per la stagione di settembre-ottobre era ovviamente alle stelle. Ma Campanini in quel periodo se ne stava ancora in America a dirigere, tanto che a marzo il comitato esecutivo, preoccupatissimo, si era affrettato a chiedere notizie sulla programmazione, di cui nulla sapeva, tanto più che per la stagione aveva investito più di un terzo del proprio bilancio su Campanini (150.000 lire in tre rate). Di questi tempi come un secolo fa però, proprio all’approssimarsi del versamento della prima rata il 15 di agosto, Campanini cominciò a concentrarsi sul Centenario verdiano di Parma.
A dire il vero aveva cominciato a pensarci già da luglio alle terme di Karlsbad in Boemia dove si curava il fegato infiammato, e il 26 dello stesso mese, dopo aver diretto la «Messa da Requiem» all’Opéra, aveva anche respinto un’offertona del presidente del comitato verdiano parigino, il principe Di Scalea, motivandola con il suo impegno parmigiano, sebbene a Parigi avessero detto già di sì, pare, il baritono Carlo Galeffi e il tenore Alessandro Bonci. Galeffi era uno dei desideri di Campanini destinati a rimanere inappagati per la stagione di Parma (costava troppo), mentre Bonci era già pressoché scritturato per «Un ballo in maschera» del 14 settembre, ma ancora molto del resto del cast era in aria: Campanini insisteva per avere Giordano Paltrinieri come Bardolfo nel «Falstaff» mentre Titta Ruffo sarebbe stata star nel «Don Carlo»; inoltre sperava ancora in Giuseppe Bellantoni per la parte di Nabucco (ce la farà) e intanto era febbrile la ricerca del mezzosoprano per la parte di Imelda nell’«Oberto» che il 6 settembre avrebbe aperto le celebrazioni. Proprio la scelta di «Oberto» fu fortemente voluta da Campanini, nonostante i dubbi del segretario del Teatro Regio Mario Ferrarini che riteneva l’opera impopolare e destinata a insuccesso.
La lungimiranza di Campanini in tempi lontani per i recuperi del Verdi minore ebbe la meglio e Ferrarini poté tirare un sospiro di sollievo quando il sì di Bonci finì per far propendere Campanini per «Un ballo in maschera» anziché «Aroldo», che il segretario del teatro vedeva come il fumo negli occhi. Il carteggio con Ferrarini mostra però un Campanini – pur a distanza perché il 25 agosto, cioè dieci giorni prima del debutto della stagione, era all’Hotel Savoy di Londra – assolutamente dedito alla cura di tutti i particolari, dagli orchestrali ai maestri dei cori, fino a farsi intermediario con il sindaco Mariotti per avere quarantotto poltrone in più al Regio (come alla Scala, sempre la Scala...), a seguire anche le pratiche di frontiera per i coristi parigini che aveva scritturato e persino – ne riparleremo presto in questa stessa pagina – la messinscena delle serate concertistiche.
In ogni modo il 15 luglio la stagione era approvata e completata da «Falstaff», «Aida» e «Requiem» più l’inaugurazione col «Rigoletto» del Teatro Reinach appena comprato da Campanini: erano invece tutte da decidere molte parti, non si avevano ancora gli interpreti per Bardolfo, Imelda, Meg Page, Ramfis, Renato, ma erano già fissati Rosa Raisa, Ninì Frascani, Italo Cristalli, Ruffo, Bonci e Giannina Russ. Il calendario sarà ritoccato dopo Ferragosto, il 26 agosto i fuochi d’artificio nel recinto delle Esposizioni diedero il via alle celebrazioni e Ferrarini a quel punto poteva scrivere soddisfatto a Campanini: «Hai ragione di dire che sei contento dell’opera tua: tu hai fatto un grande cartellone internazionale che soltanto tu potevi fare e che in Italia non si vedrà mai più».

 

 

 

 

 

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  • gazzettadiparma.it

    15 Agosto @ 10.36

    Grazie: ora correggiamo

    Rispondi

  • burdlazz

    14 Agosto @ 22.50

    1013? Forse sarebbe meglio scrivere 1913.

    Rispondi

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