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Arte-Cultura

L'altra versione del cavallo di Troia

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Gustavo Marchesi

Ernesto scriveva rabbioso. Il giornale gli dava poco spazio, sempre meno. Picchiò il pugno e smise prima della fine. Lasciato così, in sospeso, il pezzo suscitò il consenso dei critici favorevoli a un rinnovamento radicale della letteratura giornalistica… Amico Ernesto!... Che scrittore affascinante!… Lui sì raggiunge il vero obiettivo del narratore, dire senza dire, stimolare senza prendere di petto… Un rilievo condiviso dalla grande mag7gioranza dei lettori, l’inizio della fortuna letteraria di Ernesto, che può ben dire di meritarsela, avendo sempre agito con sincerità. Da allora, fatto il botto, pubblica con un editore di cose lunghe, uno grosso che gli accetta «I sufficienti paradossi», il romanzo al quale Ernesto lavora dall’età scolare. Esce nella collana «Profilattici» per un buon motivo, che l’autore non si spinge mai oltre il necessario, non pesta i calli al prossimo, tantomeno ai cavalli. Se toccasse a me recensirli «I paradossi», comincerei dalla metà, dove ragionano di tradizione classica.
Comincerei appunto dalla guerra di Troia. Mi piace smontare il monumento, i pezzi rivelano i segreti dell’intero. Ma Ernesto sarebbe d’accordo? Penso di sì, ciò che scrive sul cavallo di legno lo conferma. Il colosso progettato da Ulisse non si sentiva bene, e personalmente non mi meraviglio, anche il legno è sensibile. 
Da ragazzo, quando studiavo, il mio tavolo sbuffava e si lamentava in continuazione. Aveva le sue ragioni. Era appartenuto a un parente, canonico del duomo, professore di greco e di latino. Insieme a Ernesto avevo preso qualche lezione dal don, che era già vecchio e ormai per la verità non gli premeva tanto dissertare di lingue classiche, quanto di curiosità erudite. Non voleva onorari, ma pretendeva un’attenzione assoluta. Parlava in piedi, tenendoci stretti per mano. Anche il tavolo, che poi mi sarebbe toccato in eredità, doveva starsene lì, fingendosi tutt’orecchi, mentre da buon quattrogambe se la sarebbe svignata volentieri. Una volta il professore ci fece la storia del cavallo di legno. Il bestione dunque smaniava perché? Forse ne aveva piene le coglia di sentire in pancia i guerrieri di Ulisse scambiarsi accuse di irrequietezza, col pericolo di attirare i sospetti dei nemici, ammassati sulle mura. Coi nervi a pezzi, dopo dieci anni di assedio, la folla provava un’acuta bramosia di azzannare chiunque non avesse cittadinanza troiana, compreso il cavallone. 
Il quale aveva altro da pensare. Benché caro agli dei, soffriva di stitichezza. Gli eroi greci, pigiati là dentro, non avevano modo di mettere la città a ferro e fuoco, se non chiamavano il veterinario. Questo spiega l’arrivo di Belomos, un giovane laureato, che il monsignore conosceva di fama, avendo trascorso qualche tempo in Grecia, dove la gente ricordava ancora con simpatia il dottorino, anche se non mancava di criticarne l’operato. La sua cura aveva guarito la stipsi del cavallone e permesso in seguito, fino ai giorni nostri, lo svolgimento regolare degli esami di scuola media, dove figura la descrizione del cavallo mitico. Belomos tuttavia non considerò di ordinargli una purga meno sgarbata. La dose aveva spogliato la statua della dignità originaria. Occorreva maggiore riguardo con un modello di pregio. Giorno e notte le signore troiane erano rimaste in ammirazione delle forme legnose, possenti, desiderabili più dei bronzi di Riace. Alleggerito del carico, il colosso finì al parco giochi per la gioia esclusiva dei bambini. «Ecce quomodo moritur antiquitas», commentava il monsignore. Una conclusione che Ernesto, forse tuttora condizionato dalla ritenzione giornalistica, non riporta. 

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