Arte-Cultura

Amedeo Bocchi, il pittore della luce

Amedeo Bocchi, il pittore della luce
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Pier Paolo Mendogni

Ricorre quest’anno il centotrentesimo anniversario della nascita di Amedeo Bocchi (24 agosto 1883), l’artista parmigiano che con la sua spiccata personalità ha lasciato un forte segno nella pittura italiana della prima parte del Novecento, imponendosi per il suo stile di una seducente intensità dove la luce pare sgorgare dall’interno delle figure, intridendo l’aria, l’ambiente di una palpitante vibrazione sensoriale. E’ nato a Parma in borgo del Parmigianino, terzo di sette fratelli: il padre Federico, decoratore, aveva modo di apprezzare le sue doti istintive di disegnatore e sarà da lui più volte ritratto, come la madre Clelia. A dodici anni veniva iscritto all’Accademia di Belle Arti, diretta da Cecrope Barilli, al corso di pittura, uscendone nel 1902 col massimo dei voti, tanto che Barilli convinceva il padre a mandarlo a Roma alla Scuola di nudo, dove andava pure Latino Barilli e, più tardi, Renato Brozzi. Roma era un luogo vivo di incontri e di esperienze.
Nel 1904 si costituiva il Gruppo dei Venticinque della Campagna Romana con Sartorio e Cambellotti, al quale aderiva anche il giovane Amedeo, che affrontava temi legati ai contadini, esaltando l’epicità del lavoro, rivalutato rispetto alla squallida uniformità dell’esistenza borghese. Era anche il periodo in cui stava fiorendo il Liberty e Bocchi dimostrava di avere compreso la insinuante bellezza della fluidità delle forme nello splendido «Fior di loto» del 1905. Nel 1906 sposava Rita Boraschi, sua compagna d’Accademia, di cui ci ha lasciato ritratti straordinari per profondità psicologica e raffinatezza pittorica, giocata spesso sulle variazioni dei bianchi e dei neri. Nel 1908 nasceva Bianca, che veniva presto affidata alla nonna paterna per la repentina scomparsa di Rita nel 1909. In quel periodo, sotto la spinta di Marinetti, stava nascendo il Futurismo propugnatore di un dinamismo, di un movimento che, seppur cautamente, Bocchi lascia trasparire in «Bianca col violino» del 1910, anno in cui veniva invitato alla Biennale.
Il successo della esposizione romana di Klimt induceva l’artista a sperimentare la strada della Secessione (con un Simbolismo alla Sartorio) nella straordinaria decorazione della Sala del Consiglio della Cassa di Risparmio (1914-15) dove tra tessere dorate e vivaci cromie vengono illustrati simbolicamente i temi della ricchezza, del risparmio e della protezione. Ma Amedeo Bocchi, fondamentalmente, era restio a seguire correnti particolari. Il mecenate alsaziano Alfred Strohl Fern gli aveva messo a disposizione – come ad altri artisti quali Trombadori, Levi, Spadini - uno degli appartamenti che sorgevano nel grande parco della sua villa, attigua a Villa Borghese; e lì ha studiato a fondo l’ambiente con le sue luci, la sua fusione con le persone, realizzando una serie di capolavori che hanno per protagoniste la figlia Bianca e la seconda moglie, Niccolina Toppi, la giovane bella modella sposata nel 1919; la sua pittura diventava sempre più luminosa, le forme perdevano di peso, di consistenza per fondersi in un’unica luce che proviene dal loro interno; nascevano «Nella veranda», «La colazione al mattino» e «Bianca col cappello» il cui volto è teneramente ombreggiato da una lieve malinconia.
Purtroppo nel 1924 moriva anche la seconda moglie, Niccolina, ricordata con lavori intensamente spirituali dai colori casti e struggenti, quali «Viaggio d’un’anima» e «Malinconia». Nella pittura italiana, ed europea, si stava registrando il cosiddetto «ritorno all’ordine», ossia a una classicità riletta modernamente e Amedeo conferiva maggiore plasticità alle sue figure, ai suoi nudi. Si trattava però di mutamenti lievi poiché la sua opera è sempre stata di una sorprendente autonomia (come quella di Morandi) pur andando avanti parallela al corso degli avvenimenti artistici. La morte della figlia Bianca per tisi nel 1934 gli provocava un altro fortissimo dolore: la luce della sua pittura si affievoliva e il dolore veniva espresso con temi carichi di significati simbolici. Creava anche lavori di contenuto religioso come «La Resurrezione» e «Il Battesimo».
Nel dopoguerra Roma diventava la capitale culturale del neorealismo nel cinema, nella letteratura, nell’arte. Bocchi, che frequentava Guttuso, dipingeva alcune opere legate alla realtà sociale. Al centro del suo interesse restava sempre il mondo femminile, colto nelle sue varie espressioni: giovani donne nude vengono poste spesso vicino a specchi d’acqua; le persone sono delineate più sinteticamente, le luci si fanno meno naturalistiche, più pittoriche: è la sua ultima lieve trasformazione. E nel 1976, novantatreenne, poco prima di morire a Roma, ha avuto lo spirito di dipingere «Quel mattino di primavera» che è un gioioso inno alla vita. L’Accademia di San Luca gli aveva dedicato un’importante mostra retrospettiva nel 1967 e nel ’72 il Presidente della Repubblica gli aveva conferito la medaglia d’oro dei benemeriti della cultura.Nel 1999 è stato inaugurato, nelle sale dello storico Palazzo Sanvitale, il Museo Bocchi di proprietà della Fondazione Monte Parma, presieduta da Roberto Delsignore. Vi sono esposti i dipinti e i disegni più significativi della generosa donazione di circa 300 opere fatta alla Fondazione dagli eredi, la cognata Rina Cabassi e la nipote Emilia.
Un’altra istituzione di prestigio che arricchisce il patrimonio culturale cittadino e che è meta di numerosi visitatori, compresi gli alunni delle scuole che vengono coinvolti in particolari laboratori.
 

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