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Boom economico e boom estetico

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Katia Golini

Gli anni in cui l'Italia è stata grande non sono poi così lontani. Non c'è bisogno di guardare indietro fino all'Impero Romano o al Rinascimento per riconoscere nel nostro Paese un modello per la cultura e lo slancio economico. In questi anni di profonda crisi degli affari ma anche delle idee, di depressione sociale e povertà dilagante è difficile fare mente locale. Eppure, poco più di mezzo secolo fa - lo spazio di due generazioni – l'Italia è uscita da una guerra devastante a testa alta, piena di entusiasmo e di voglia di riscatto. Dimostrando che, quando vogliono, gli italiani sanno essere guida rivoluzionaria del rinnovamento. La prova è raccontata nella mostra «La Rinascita. Storie dell'Italia che ce l'ha fatta», ricchissimo reportage di un ventennio felice, quando l'Italia, devastata dalle bombe, ferita nell'anima e nel corpo, diventa leader della creatività e dell'inventiva, dello sviluppo industriale ed economico, modello da seguire e imitare in tutto il mondo occidentale.
Un'imponente panoramica realizzata con il determinante contributo dello Csac (Centro studi archivio della comunicazione) dell'Università di Parma. Sono gli anni in cui nasce il Made in Italy, sinonimo incontrastato di qualità e ricerca estetica. Nell'arte, nel cinema, nella moda, nel design, nell'architettura. La mostra, aperta fino al 3 novembre a Palazzo Mazzetti a Asti (e in altre sedi distaccate: Palazzo Alfieri, casa natale di Vittorio Alfieri, e  a Palazzo Ottolenghi con le installazioni accompagnate dalle parole di Paolo Conte), propone un viaggio dettagliato di tutto quanto ha fatto la Storia, con la «s» maiuscola, del Bel Paese, dal Dopoguerra fino agli anni Settanta. Solo a Palazzo Mazzetti, sede principale, oltre cinquecento opere che illustrano gli anni dal 1945 al 1970 a tutto tondo. Si va dai prodotti industriali di design ai bozzetti di alta moda, ai modelli sartoriali veri e propri dei maggiori stilisti italiani, dai progetti dei grandi architetti ai manifesti dei film del Neorealismo, ai manifesti pubblicitari che hanno fatto epoca. Tra i tanti «pezzi forti» da segnalare uno dei primi di casa Barilla, azienda antesignana della pubblicità d'autore,  «La pasta del buon appetito». Non potevano mancare le tele dei grandi artisti italiani, molte delle quali selezionate e prestate proprio dallo Csac, fiore all'occhiello del nostro Ateneo.
Un tesoro di opere d'arte dei maestri della Scuola Romana, degli esponenti dell'astrattismo e dell'informale italiano, della «nostra» arte pop e dello spazialismo.  Tra gli esponenti della scintillante «Ecole de Rome», Giuseppe Capogrossi, di cui in mostra, grazie al prestito parmigiano,  c'è «Superficie 575», collage con sagome in legno del 1966. Testimone dell'illustre pittura gestuale e informale,  il pittore e fotografo Tano Festa, che firma «Il castello», legno e tempera su compensato (1963). A riprova del fatto che in quei magici anni il brulichio di idee geniali ferveva, non poteva   essere escluso Lucio Fontana. Dallo Csac arrivano due importanti lavori dell'inventore delle tele-sculture:   «S.t.» (formella per concetto spaziale), terracotta dipinta a freddo (1951) e una tela della serie «Concetto spaziale» del 1960. Sempre dallo Csac le tele estroflesse («Blu» 1961) di Agostino Bonalumi e (Superficie opaline, 1975) di Enrico Castellani. Ma anche capolavori di Guttuso, Isgrò, Mauri, Morlotti, Munari, e uno dei famigerati  specchi di Michelangelo Pistoletto («Autostoppista viola», 1970). E ancora opere in cemento, piombo e stagno di Arnaldo Pomodoro e  bronzi di Giò Pomodoro. Oltre a  tanti altri grandi nomi dell'arte italiana, tra cui Emilio Vedova, Mimmo Rotella, Giuseppe Santomaso, Afro Basaldella. Da Parma anche disegni preparatori e bozzetti dei grandi designer come Bruno Munari, con i suoi schizzi a matita e penna a sfera dedicati al progetto di lampada tubolare, i bozzetti e i manifesti di Erberto Carboni, e  i disegni per posate e sanitari di Gio Ponti. 
 

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