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Incubo di un eterno presente

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Paolo Ferrandi

«Tutto subito» era uno degli slogan più fortunati del movimento del ’77, «tutto subito voglio avere, tutto subito mi devi dare» cantava Eugenio Finardi in quella breve stagione prima che la cappa degli anni di piombo soffocasse la fragile utopia dei movimenti.  Quello che allora sembrava un obiettivo a portata di rivoluzione, la liberazione dei bisogni, il tempo liberato, l’eterno presente della fine della storia, si perse nelle convulsioni della stagione più nera del terrorismo politico. Più in generale quello che veniva messo a tema, come spesso accade all’apice della curva di sviluppo dei movimenti, era l’urgenza del presente, il rifiuto di accontentarsi della gratificazione futura e dell’ancorarsi alle radici del passato.
Oggi, a quasi quarant’anni  da quelle speranze, il sogno di un eterno presente si è avverato, ma è come cambiato di segno rispetto all'utopia generata dallo spegnersi del secolo breve. Il sogno è come inacidito e si è trasformato in un incubo  dove tutto cambia rapidissimamente, ma dove gli individui – ormai senza prospettive  e punti di riferimento – percepiscono il  movimento incessante come una specie di fissità senza tempo e senza redenzione.
Giorgio Triani, nel suo «Il futuro è adesso» descrive molto bene il nostro eterno presente  pieno di echi dovuti agli update di status dei social media, pieno di merci di tutti i tipi, disponibili a qualsiasi ora, pieno di informazioni che nessuno ha il tempo di approfondire. Siamo nell'epoca dove davvero – secondo la profezia marxiana – «tutto quello che è solido svanisce nell'aria» e dove ogni istante della nostra esistenza viene condiviso – grazie alla connettività garantita da internet  e dallo sviluppo degli smartphone – in diretta, in «tempo reale» per usare un brutto calco dall'inglese, con una platea di  «amici» annoiati che, nella maggioranza dei casi, non abbiamo mai conosciuto nel mondo reale.
L'unità di misura della nostra esistenza iperconnessa e ipersatura di stimoli è diventato l'istante, non inteso come passaggio dal passato al futuro, ma come semplice fotogramma bloccato senza speranza di diventare una sequenza sensata. Quando tutti sono all'inseguimento del temporaneo e del provvisorio e questa corsa diventa l'unica prospettiva, alla fine il provvisorio s'eternizza in una precaria eternità in cui il presente si mangia passato e futuro. Una fine del mondo ma «cronica», per usare le parole di Karl Kraus, in cui gli individui s'inabissano nell'irrilevanza generata dalla mancanza di prospettive.
Eppure non tutto si appiattisce in questa tiepida fine della storia. Però, per recuperare la prospettiva, dobbiamo passare dal piano degli individui a quello del dominio e del potere. Dal flusso incessante degli inutili  e velleitari update dei social network le società che controllano la reperibilità dei contenuti della Rete – giganti come Google, Facebook, Yahoo – estraggono, grazie agli algoritmi, le  tendenze  e i «mood» dell'opinione pubblica con una precisione non raggiungibile con le tradizionali ricerche di mercato; dalla storia del  nostro comportamento d'acquisto i giganti dell'e-commerce determinano in modo quasi infallibile i prodotti da sottoporci; dal metadati dei nostri telefonini, dai mittenti a cui inviamo le nostre e-mail e dalle nostre amicizie via social network, la Nsa – una potente agenzia dello spionaggio Usa – determina il nostro profilo e decide se vale la pena di analizzare in modo più approfondito la nostra vita elettronica.
Alla fine dunque il privilegio di una vita «tutto e subito», in cui dispiegare un'esistenza liberata dalla contingenza, si è trasformato nel marchio di una sudditanza senza più prospettiva di liberazione perché  ha smarrito il senso del passato e del futuro e con questo la speranza di una vita migliore.


«Il futuro è adesso. Società mobile e istantocrazia»
San Paolo, 12 euro

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