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Ore dai toni smarriti

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Marta Silvi Bergamaschi

La pagina aperta del cielo era ormai tutto un programma; l’ombra del pioppo, che, diritto come un soldato, s’alzava all’inizio del viale, era adagiata, pigra, sulla  strada deserta. Ecco, disse tra sé Adriana, sta finendo l’estate; settembre, dolce come un ragazzo innamorato, ci porta verso le brevi ore dai toni smarriti, che a me non dispiacciono affatto.  
Viveva, Adriana, appena fuori paese, nella casa dov’era nata. I muri spessi riparavano dal freddo e dal caldo, tutto era rimasto intatto, dopo la morte dei genitori: le piccole imposte verdi, l’ampia cucina con i mattoni rettangolari di cotto, il camino con la mensola intarsiata, la stufa a legna. La casa era un cubo a due piani, adagiata su un fazzoletto di terra, i coppi rosati ospitavano nidi e gatti randagi. Adriana si era sempre rifiutata di venderla. L’aveva curata come si cura un qualcosa di vivo, di profondamente caro. 
Figlia unica di un padre capomastro e di una madre magliaia si era trovata sola, con pochissimi parenti che, del resto, la ignoravano. 
Aveva naturalmente scelto il mestiere della madre. Si era con scrupolo impegnata a confezionare maglie e maglioni per tutto il paese. A mano. Un lavoro prezioso. Era stata una semplice ragazza: bruna, alta, un corpo armonioso, occhi neri, attenti e puntuali. Bella. Soprattutto affascinava quell’alone di mistero che l’avvolgeva: era poi soltanto timidezza. Era rimasta zitella e per tutta la vita innamorata del farmacista del paese. Gli parlava con soggezione e, ogni volta che gli confezionava un maglione, le mani lievemente le tremavano. Il suo unico amore segreto. 
Ne è trascorso del tempo, pensava, proprio a settembre compio, mio Dio, sessantanove anni. Sono vecchia. Nessuno mi ha cercata. Meglio così. Avrei detto no a tutti. Soltanto lui è stato il mio amore. Se lo sapesse, farebbe una delle sue allegre, interminabili risate. Anche lui solo, con quel bellissimo cane boxer di nome Max. Adriana viveva quieta con i suoi pensieri, le sue pacate immaginazioni. La vita, in fondo,è fatta di minuscole cose che ogni giorno occorre alimentare. Poi esistevano i libri. Leggere, pensava, è vivere molte vite, è un modo per conoscere meglio se stessi e gli altri. Aveva letto i classici, non soltanto italiani: russi, francesi, inglesi, americani. Si era fatta una propria cultura che mai esibiva. Era una ricchezza interiore che l’aiutava a capire e accettare la sua vita solitaria.
Proprio quel settembre, mentre stava sferruzzando, la mano destra si fermò: un dolore acuto rendeva le dita dure come pezzetti di legno. Adriana non si spaventò. Capì che era tempo di andare in pensione. La sua mano glielo aveva brutalmente dichiarato. Era una vita che gli stessi movimenti si ripetevano. La mano glielo aveva detto: usami per altri lavori, sono stanca. Adriana aveva da sempre pagato i contributi volontari. Chissà quale lauta pensione le avrebbero elargito! Ho qualche risparmio, pensava, mi accontento di poco. Ce la farò. In paese non ci fu nessun commento. Adriana, riservata e per nulla incline a far chiacchiere, aveva, senza volerlo, educato benissimo i suoi clienti.
Mi spiace, aveva detto, non lavoro più.
Peccato, avevano risposto.
La mano destra era gonfia e dolente. Un motivo per recarsi in farmacia. Il farmacista l’accolse con la solita cordialità, condita di qualcosa che Adriana non riusciva o addirittura non voleva capire.
- Troppo lavoro, Adriana, questa povera mano è esausta. Le assicuro che è stata davvero brava. I suoi maglioni sono i miei preferiti.-
Lei sorrideva mentre metteva in borsetta una pomata e una scatola di pillole.
- Se non si offende è un mio regalo alla sua costante, preziosa creatività. –
- Grazie - mormorò Adriana. Era contenta e preoccupata. Aveva notato nell’uomo che amava un invecchiamento improvviso, una stanchezza appiccicata al volto ch’egli cercava di nascondere con improvvisi, incerti sorrisi. Tornò a casa e disse a se stessa: vorrei fare tante cose per aiutarlo e non posso fare nulla. Anche il cane mi ha guardato con occhi particolari; è venuto a leccarmi una mano. Quasi un invito ad aiutare il suo padrone? Il quale aveva detto: - Non potrei tenerlo in farmacia, ma è così intelligente! Se ne sta fermo ai miei piedi senza fiatare. Soltanto con lei si prende qualche confidenza. Gli animali, mia cara, capiscono tutto. – Infatti due giorni dopo, verso sera, il  cane guaiva alla porta di casa di Adriana, la quale lo fece entrare. Il guaito assumeva il tono di un pianto sommesso. Si avvicinò ad Adriana e la guardò a lungo, le leccò le mani, appoggiò la testa sulle di lei ginocchia. Ho capito, mormorò la donna, ho capito tutto. Il tuo padrone se n’è andato. Tu, Max, resterai con me. Lacrime amare le rigarono il volto. Abbracciò il cane, lo strinse a sé e sussurrò: è davvero tutto finito. L’estate per noi non tornerà mai più. Lo capisci, amico mio, mai più. 

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