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Il settembre verdiano di un secolo fa

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GIUSEPPE MARTINI

E finalmente arrivò il momento delle opere: il primo Centenario verdiano si sarebbe inaugurato sul palcoscenico del Teatro Regio il 6 settembre 1913 con un programma accuratamente predisposto dal direttore d’orchestra designato a responsabile complessivo della manifestazioni, Cleofonte Campanini, e che prevedeva come prima opera «Oberto, conte di San Bonifacio». Abbiamo avuto modo di accennare qualche settimana fa su questa pagina, discorrendo dei preparativi del Centenario nell’agosto di un secolo fa, alle perplessità del segretario del Regio e direttore amministrativo delle celebrazioni, Mario Ferrarini, sull’eventualità di debuttare con un titolo ritenuto debole, e per questo fino all’ultimo tentò di convincere Campanini a spostarsi su un’altra opera. Si scontravano in quel momento due visioni opposte della figura verdiana, quella di Campanini tutta propensa alla rivalutazione artistica e in un certo senso simbolica, con il recupero del momento dell’esordio operistico di Verdi, a dispetto della sua popolarità; e quella pragmatica di Ferrarini, preoccupato di seguire il gusto dominante. 
Entrambi erano d’accordo sui titoli principali del cartellone («Nabucco», «Un ballo in maschera», «Aida» e «Falstaff»), ma Ferrarini in cambio dell’accettazione di un altro esperimento con il Verdi secondario proposto da Campanini («Aroldo») tentò a inizio 1913 di suggerire «Traviata» considerandola di sicuro favore presso il pubblico. Alla fine la spunterà ovviamente Campanini – che, assente dall’Italia per lavoro e vacanze, era rappresentato in città dal figlio Lohengrin – e «Oberto» non solo avrebbe aperto la stagione ma avrebbe portato in scena alcuni dei cantanti principali voluti dal direttore parmigiano per la stagione, cioè Ninì Frascani, Italo Cristalli, Angelo Masini Pieralli nel ruolo del titolo e il giovanissimo soprano polacco Rosa Raisa Burstein che già si annunciava come un fenomeno. «Per la parte di Imelda dell’Oberto trovate un mezzo soprano (bella voce)» raccomanderà ancora in estate Campanini, dimostrando di non lesinare attenzioni sull’opera snobbata da Ferrarini, e la bella voce sarebbe stata trovata in Ilde Simoni.
Dalle prime opere delle manifestazioni 1913, organizzate fra 6 settembre e 11 ottobre, non si può che osservare un macchinario organizzativo singolare ed efficiente che oggi non deve stupire. Si lavorò infatti per tutto l’anno, senza fermarsi in estate, con un riferimento artistico preciso e di spiccata personalità, Campanini, che introdusse metodi di lavoro fino a quel momento sconosciuti a Parma. Per esempio la campagna stampa: «Bisognerà che ti occupi di parlare nella Gazzetta dei grandi artisti e giorno per giorno fare qualche cosa», scrisse a Ferrarini suggerendo un grande articolo per Titta Ruffo, e poi per gli altri cantanti principali, ma anche la centralizzazione delle responsabilità, il marketing (gran successo ebbero le cartoline con le opere e il calendario delle manifestazioni) e una gestione accurata dei rapporti fra qualità e costi, che alla fine produsse un bilancio quasi in pareggio. 
Ognuno faccia i raffronti che crede opportuni. In realtà la carta vincente di Campanini furono l’aver tenuto come riferimento costante il pubblico, il che non significava assecondarlo ma anche guidarlo, e scegliere cast che unissero ai nomi di richiamo anche giovani di talento e voci scelte sulla base delle esigenze della partitura (come quando, se non ci fosse stata la Frascani, pretendeva una voce anche sconosciuta ma «fresca» per Fenena): da qui l’inevitabile successo, compreso per quell’«Oberto» così temuto da Ferrarini, sul quale Campanini durante il periodo estivo alle terme di Karlsbad si era spremuto il cervello: «Ora mi viene in mente un’idea che te la sommetto» scrisse a Ferrarini «1a e 2a recita Oberto – poi la Sinfonia dei Vespri Siciliani. Ballo delle Quattro stagioni e nel mezzo del balletto fare un poco di mise en scène, e portare un trofeo di fiori alla Rosa Raisa e cantare il Bolero dei Vespri, che la sua maestra mi scrive che è veramente immensa».
 Curiosamente sinfonia e divertissement dei «Vespri» torneranno anche in queste celebrazioni del 2013, ma come semplici elementi concertistici: il senso del teatro di Campanini inventò invece un semplice inserimento per rimpolpare le serate di «Oberto» con una coda sostanziosa che avrebbe riserbato una nuova ribalta alla protagonista dell’opera aggiungendo un cameo per sé («credo che la sinfonia dei Vespri senza lodarmi sarà un successone per me») e per l’étoile Rosina Galli, il tutto sotto l’illuminazione elettrica proveniente dall’Opéra di Parigi. 
Le previsioni di Campanini furono azzeccate: l’opera apparve «una rivelazione» scrisse la Gazzetta» e fu ascoltata «con una religione che i nostri figli forse non avranno più» (infatti poi fu di nuovo dimenticata), Campanini fu sommerso da ovazioni dopo la sinfonia dei «Vespri», la Raisa salutata come una promessa spettacolare e la Galli furoreggiata. Col senno del poi possiamo immaginare quanto abbiano contato la tendenza di Parma alla grandeur, che al solito comporta esaltazioni unilaterali, e l’accurato lavoro di stampa della segreteria teatrale. Ciò, si sa, comporta meccanismi psicologici complessi. Al «Nabucco» del 10 e 13 settembre (con Giuseppe Bellantoni, giù di voce per tutta la prima recita e sostituito alla seconda, Robert Lassalle, Nazareno De Angelis, Giannina Russ, e la Frascani) il pubblico pianse dopo «Va, pensiero» anche se la «Gazzetta» ormai consapevole che i sentimenti di settant’anni prima non erano più quelli dell’Italia del nuovo secolo suggeriva un ascolto più consapevole della «seconda opera di Verdi» (eh già: «Un giorno di regno» era stato rimosso). Cosa sarebbe successo quindi da lì a qualche giorno quando al Regio sarebbero arrivati Alessandro Bonci, Titta Ruffo e i grandi titoli del repertorio verdiano.
 

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