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Bevilacqua: Parma perde un protagonista

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Giuseppe Marchetti

Come un presagio: «Dio, impregnato di sale/naufrago di tutte/le rotte sbagliate,/mi si spacca/la lingua, ho le labbra/tagliate per tanto baciarti:/ ma tu per placare/questa sete non mi dai/che acqua di mare». Come un presagio davvero il destino non ha risparmiato il sale sulle ferite negli ultimi tempi, le discussioni, le malignità, i malumori familiari, la solitudine dell'ospedale, il bisogno di parlare e la scena muta del dolore. Alberto Bevilacqua se n'è andato col suo carico di amarezze e di orgoglio: lui scrittore di una Parma sempre sorvegliata, descritta con astuzia, riversa nei suoi umori lontani e vicini, e amatissima infine quale culla e tomba. Come una famiglia: la famiglia che ti alleva e poi ti abbandona e, nel guardarla di lontano, ne rimpiangi il calore, le rabbie, le dolcezze e ne rilevi semmai l'indignazione che fa parte dell'esilio. Ce l'ha insegnato Attilio Bertolucci col suo pendolarismo sentimentale: una specie d'amore senza contorni e senza ritorni. Negli anni Cinquanta Alberto Bevilacqua lascia Parma, dov'era nato nel 1934, e si trasferisce a Roma. Fa vita di cronista, s'impadronisce del mestiere che richiede fatica, lavoro, consumo di suole di scarpe. E intanto pensa alla sua città, se ne lascia crescere dentro un profilo che è, ad un tempo, di gloria e di condanna, resta fedelissimo alla madre, ne interpreterà sempre l'amore nascosto, la palese infelicità, la voce suadente, il respiro quasi di un'altra vita e la contemplerà viva nella morte che non arresta il loro colloquio. A Roma, Bevilacqua mette radici: il giornalismo non gli basta, è la vita di altri personaggi che semmai lo interessa. Nasce «La polvere sull'erba» ('55) dove già si notano i tempi di un concertato poetico vivacissimo. Ma è con «La califfa» del '64, che lo scrittore batte alla porta e chiede d'entrare. Nel recensire il romanzo pubblicato da Rizzoli, Giacinto Spagnoletti - un altro nome molto caro a Parma - parla di «un crudele esorcismo», tratto che connoterà tutta la vasta esperienza narrativa dello scrittore sino alle ultime pagine. Parlando di sé  Carlo Martini, confidava: «Parma  che ha avuto come sappiamo eccellenti poeti, non ha avuto fino al dopoguerra un vero narratore: cominciò - e assai bene - Mario Colombi Guidotti attorno al '50. Poi Colombi morì in un incidente automobilistico  e posso dire che mi passò delle consegne». Le consegne erano quelle di «Una città in amore» ('62) e de «L'Amicizia perduta» edito l'anno prima. Ma già si annunciava quel ponderoso blocco di romanzi che va da «Una scandalosa giovinezza» ('78) a «Il curioso delle donne» ('83), da «La festa parmigiana» ('80) a «Anima amante» ('96) in un crescendo di concretezze realistiche che sottendono  la favola, i fenomeni e le presenze paranormali, i luoghi dell'incanto e quelli della memoria, le tracce dell'epoca storica e il tema ovunque presente del doloroso disagio con cui lo scrittore fiuta la società malata del proprio tempo, il rischio del presente e le malinconie di un passato che si svuota via via di ideali e di aspirazioni. Non v'è argomento che Bevilacqua non affronti nei suoi romanzi: l'amore sta al centro, sempre, ma è quasi sempre un amore che si lascia tradire, che non ha contorni, che si pone come supplica, e spesso da tale tema trasuda un compiacimento formalistico al quale lo scrittore si abbandona per troppa confidenza.  Senza sosta e concedendosi ai ritmi di una scoperta modernità ricca d'infinite sfumature, Bevilacqua ha proceduto dentro il '900 italiano con un notevole carico d'autobiografismo e d'impressionismo legandosi ad una pattuglia di narratori (e poeti, e giornalisti di caratteri e di cronaca) che ha superato i facili impedimenti delle neoavanguardie e delle resistenti retroguardie impostando un canone narrativo che ora possiamo ricordare con i nomi, tra gli altri, di Ferruccio Parazzoli, Dacia Maraini, Gina Lagorio, Elio Bartolini, Carlo Sgorlon, Ferdinando Camon, Giuliano Gramigna e Antonio Altomonte. Ma Bevilacqua ci ricorda, da vero parmigiano, che oltre le origini (famiglia, patria, amicizie) esistono l'eros, l'indignazione civile, la  fantasticheria e l'occhio critico: specie di patrimonio di terra, di pace e di guerra che si ritrova nel processo della conoscenza, nei colloqui, nelle lettere, nei messaggi dei momenti belli e brutti del'esistenza. E qui l'amicizia ha fatto il suo corso, davvero. E noi possiamo ricordarlo così, «ragazzo sulla collina» come gli piaceva definirsi, «sulla salita dura/  col fiato grosso verso Langhirano», in quel viaggio ora finito dove «i sensi incantati» diventavano «viaggio misterioso» e il viaggio, a sua volta, l'inizio dell'avventura che dà senso alla vita. Alberto non poteva  non scrivere; il  romanzo e la poesia - come anche il cinema e la cronaca - erano la sua presenza più forte, il suo dire, il suo testimoniare, l'atto  d'esistere per un successo che, oltre che essere di popolarità, era coscienza d'interprete del proprio tempo, il suo far storia, insomma, per capitoli personali da indagare talvolta anche in modo crudo e impietoso. Oppure da recitare come una preghiera per il  padre lontano o assente, per la madre sofferente, per gli amici che vanno e vengono, per la morte che spariglia le compagnie Ha scritto: «quel tutto da niente che fui/ sotto il cantone buio, nel cerino/ che già bruciava la dita di mio padre/ lui cercando che nemmeno/ una goccia del suo seme cadesse/ nel ventre di mia madre:/ ma il cerino si spense/ al soffio di entrambi,/ e già io ero quel grido soffocato/ nel buio più buio,/ quel bruciore di polpastrelli,/ io già ero/ un figlio...». In questo tipo di pena e di rimorso si è consumata una vita e si è innestata un'opera letteraria cui ora la morte ha messo fine, ma il nostro addio ha sapore di profonda riconoscenza  per questo scrittore anomalo, erratico come il suo Po, terragno come il suo Verdi di passioni e di amori, magico come i segreti rapporti che uniscono i vivi ai morti. Così vogliamo ricordarlo. 
 

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