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De Pisis, città e altre visioni

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Stefania Provinciali

Filippo de Pisis approda alla Fondazione Magnani Rocca con la mostra «De Pisis  en voyage. Roma Parigi Londra Milano Venezia»: ottanta fra dipinti e carte che riportano l’attenzione sull’artista e sul suo percorso creativo, ricco di variabili legate al veloce mutare delle esigenze creative e compositive nella prima metà del Novecento. Filippo de Pisis ha infatti saputo negli anni inserirsi nel tessuto culturale dei luoghi che ha abitato componendo con le sue opere un cammino ricco di risvolti che dai luoghi colgono e con questi si compensano. Le opere in mostra da domani nella Villa dei Capolavori che fu di Luigi Magnani, amico e collezionista di de Pisis, provenienti da musei nazionali e da collezioni private, si possono oggi considerare una testimonianza concreta di questa sua lettura artistica fra città e cultura, vita e natura poiché rispecchiano i suoi interessi principali, narrativi, emotivi, ed artistici: i luoghi innanzitutto, i volti e le persone che li abitano, la natura che li attraversa. Curata da Paolo Campiglio, per iniziativa della stessa Fondazione in collaborazione con l’Associazione per Filippo de Pisis e il coordinamento di Stefano Roffi, la mostra, realizzata con il sostegno di Fondazione Cariparma e Cariparma Crédit Agricole, sarà visitabile fino all’8 dicembre nella Villa dei Capolavori. Una mostra di indubbio interesse anche perché al di là di ogni singola opera e della sua storia, permette di entrare in un contesto artistico che necessita di attenzione, non solo per restituire alla pittura di Filippo de Pisis quella dimensione internazionale che il suo autore aveva saputo conquistare ma anche per ridare visione e dunque forza a quella che Paolo Campiglio definisce «una progressiva e inquietante damnatio memoriae nei confronti dell’artista e dell’arte del Novecento italiano, anche in altri protagonisti eccellenti come Sironi, Tosi, Campigli, de Chirico, Morandi, Martini», dovuti al mutare del mercato e del gusto collezionistico e in definitiva del silenzio di cui questi nomi hanno sofferto negli anni passati. Così avviata la «riscoperta» nuove esposizioni possono far riflettere su di una storia che è anche nostra e che è stata la base dei successivi cinquant’anni del secolo pur senza abbandonare la ricerca, l’analisi delle fonti, la catalogazione dell’opera, in una prospettiva di continuità e conoscenza. Ecco allora una chiave di lettura per guardare con occhi «nuovi» i luoghi, i volti, la natura che de Pisis ha colto e poi dipinto nei suoi viaggi e soggiorni: Roma, Parigi, Londra e poi Milano e Venezia, quando ormai aveva raggiunto un notevole prestigio a livello internazionale, sostenuto da una intensa produzione e da una personale «verve». Luigi Filippo Tibertelli nato a Ferrara nel 1896, si rivela fin da giovanissimo un talento creativo e versatile, dal temperamento intellettuale e inclinazioni letterarie. Fin dai primi scritti, insieme alla sorella maggiore Ernesta (anche lei brillante intellettuale) recupera, da un antenato che aveva combattuto i pisani, il cognome De Pisis, la parte decaduta del cognome firmandosi «Filippo de Pisis». L’incontro con De Chirico, Savinio e Carrà, militari nel 1916 a Ferrara, darà vita ad un sodalizio destinato ad influenzare la sua formazione pittorica anche se l’incontro definitivo con la pittura avviene nel 1923 durante il periodo che trascorre ad Assisi. Vi si dedicherà sempre più assiduamente durante gli anni romani fino al 1926 anno in cui decide di trasferirsi a Parigi. E’ il tempo in cui l’artista fa emergere la propria personalità pittorica, è affascinato dai dipinti degli Impressionisti e dai Fauves che assimila e poi rielabora ottenendo così delle composizioni estremamente personali, animate da una vena di malinconica poesia («La Torre Eiffel», 1939). Già in questa prima lettura della sua vita si possono immaginare i risvolti di un’arte che prende dalla storia recente, che si compenetra delle conoscenze e delle immediatezze di un animo vivace che fa incontrare attraverso una spazialità dalle derivazioni metafisiche, il lirismo narrativo presente anche nei suoi scritti, fatto di impressioni visive appuntate quasi in modo stenografico. Di ritorno dalla Francia si trasferisce a Milano in via Rugabella fino al 1943 quando il suo studio viene distrutto dai bombardamenti. Lo stesso anno si stabilisce a Venezia dove resta fino al 1948 quando si presentano i primi sintomi della malattia che lo porterà negli anni successivi a ripetuti periodi in cliniche. E’ la Venezia di de Pisis che può contribuire a delineare uno dei passaggi focali della sua pittura e nel contempo far comprende i suoi stessi approcci ai luoghi ed al paesaggio («Venezia (piazzetta San Marco), circa 1947»). Sul piano pittorico, infatti, presenta una perfetta continuità col periodo parigino e poi milanese ed offre una visione forse inconsueta della città lagunare, di spazi urbani vitali e densamente popolati senza indulgere in arcaismi, né a richiami nostalgici. Filippo de Pisis infatti sa che la prestigiosa vicenda della pittura veneziana può essere un riferimento alla cui storia attingere pur avvertendo la necessità di approfondire la forma e gli spazi della città. La sua pittura sa cogliere una ricchissima fenomenologia visiva di fisionomie urbane, cangianti per condizioni atmosferiche e luminosità, secondo le stagioni, così da generare ombre profonde, restringendo o dilatando illusivamente gli spazi nelle varie ore del giorno. Gli ultimi quadri sono lo specchio della sua sofferenza: materia rarefatta o colori cupi esprimono un profondo mal de vivre («Natura morta sul tavolo nella serra», 1951). Muore a Milano il 2 aprile 1956.
Da sabato  il catalogo della mostra (Silvana editoriale) sarà in vendita con la Gazzetta di Parma al prezzo di euro 16,80 più il prezzo del quotidiano (28 euro in libreria).

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