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Scrittori americani, un mito irresistibile

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Sergio Caroli

E' una memorabile galleria di ricordi, percorsi da istantanee che rapiscono il senso di un’intera epoca storica il volume «Chiamatemi Ismaele» che Marisa Bulgheroni, uno dei alacri interpreti della letteratura americana oltre che traduttrice (è anche autrice del romanzo «Un saluto attraverso le stelle»), ha affidato ai tipi del Saggiatore (pp. 256, euro 17,50). Vi si raccolgono e significano oltre cinquant'anni di vita letteraria negli Stati Uniti attraverso il resoconto degli incontri che l’autrice ha avuto con i suoi protagonisti.
A partire dal 1959, quando la giovane studiosa, poi docente di Letteratura americana in varie Università italiane, sbarcava a New York, per tuffarsi nelle strade di Manhattan, esplorare Greenwich Village in compagnia di Saul Bellow, visitare la Times Square di Kerouac, il Lower East Side di Ginsberg. Iniziava l’avventura che l’avrebbe portata a incontrare non solo gli stessi Bellow, Ginsberg, Kerouac, ma anche Baldwin, Ellison, Mailer, e narratrici di rango quali Carson McCullers, Grace Paley, Cynthia Ozick.
Professoressa Bulgheroni, perché ha scelto il melvilliano Ismaele a dare il titolo al suo libro?
Perché la mia scoperta della grande letteratura americana coincise con la lettura negli anni del liceo di «Moby Dick»  tradotto da Pavese. Quell'incipit «Chiamatemi Ismaele», così intimo e insieme così imperioso, sembrava rompere il silenzio della carta stampata. Con Ismaele varcai la linea che separa la quotidianità dall’avventura. L’immaginario divenne per me più reale del reale, perché rivelava zone più profonde e inaccessibili della realtà stessa. Nata in una città di lago, amavo il mare, le navi, i velieri; avevo sognato da bambina, incantata da certi film americani, di imbarcarmi come mozzo e il mitico oceano di Melville sapeva di sale. Ma a conquistarmi fu la novità di una letteratura in cui la barriera fra cose e parole sembrava non esistere. Identificandomi nel titolo con il personaggio di Ismaele - il testimone, il narratore - ho inteso trasmettere e quasi a mia volta, narrare i miei avventurosi percorsi nella letteratura americana. 
Lei ha avuto un lungo rapporto di amicizia con Saul Bellow. Come lo ricorda?
Al primo apparire Saul Bellow mi sembrò più che un romanziere americano il personaggio di un romanzo russo, inquieto, segnato da un destino irrevocabile. Poi parlandogli, fui colpita dalla sua consapevolezza del proprio ruolo, e insieme dall’ironia, dalla curiosità per gli altri. Era come se, mentre io lo intervistavo, lui intervistasse me con lo sguardo. Al di là della recitazione in cui ognuno di noi due era impegnato, nasceva una complicità, la voglia di scoprire chi fosse veramente l’altro dietro la maschera occasionale dell’incontro. Fu un’amicizia strana, intensa, giocosa, rinnovata ad ogni suo romanzo. Non mi perdonò mai di averlo catalogato, nel mio libro sul nuovo romanzo americano, tra i gli scrittori ebrei. E me lo ricordò quando mi regalò l’edizione americana de «Il dono di Humboldt» con la dedica «For Marisa from the prince of the Ghetto», firmandosi con il soprannome di un personaggio della cultura popolare ebraica. 
Baldwin, Ellison, Mailer: «Incontrarli fisicamente - lei scrive - sorprendendoli nella loro vita quotidiana, fu un’esperienza irripetibile nella sua intensità». Cosa li accomunava?
Li accomunava, diverso in ognuno, l’orgoglio di rappresentare il proprio tempo, di orientarlo. Per Ellison e Baldwin vitale era l’affermazione della loro identità di neri, del loro linguaggio fondato su una tradizione orale ancora poco studiata e poco conosciuta. Per Mailer scrivere romanzi significava continuare in altre forme più scoperte quella sotterranea guerra contro il potere che aveva con tanta fortuna narrato ne «Il nudo e il morto».
Lei scrive che il viaggio letterario di Kerouac le pare «simile a una corsa imprevedibile, non sulla strada, ma nel flusso infinitamente mutevole della lingua americana». Può esemplificare il concetto?
Kerouac è stato letto e idolatrato da milioni di lettori in tutto il mondo soprattutto per «On the road», la narrazione del suo folle viaggio negli immensi spazi americani. La sua leggenda si è fondata più sul suo dirompente vissuto che sulla lingua in cui l’ha raccontato. La sua fama è legata alla «beat generation» di cui fu l’inventore e meno alla sua singolare formazione di scrittore e alle sue riflessioni sulla lingua che - come teorizza nel breve saggio «Prosa spontanea» - «deve essere flusso ininterrotto di parole-idee personali e segrete, così come nascono dalla mente, un modulare il proprio fiato come farebbe un suonatore di jazz». Una ripresa dunque del monologo interiore di Joyce aggiornata al modello di improvvisazione del jazz.
Lei ha più volte incontrato Edmund Wilson, il principe dei critici letterari americani. Che cosa di lui l’ha maggiormente colpita?
Del grande, purtroppo oggi non abbastanza nominato Edmund Wilson, mi colpì nel corso degli anni, la paradossale umanità: ruvido e capace di simulata tenerezza, estraneo, come si dichiarava già a sessant'anni, al proprio tempo e insieme precursore dei nuovi sviluppi «etnici» della cultura americana, come l’interesse per gli indiani che lo spinse a scrivere nel 1959 «Dovuto agli irochesi». E anche, inatteso in un uomo della sua autorevolezza, un tocco di monelleria. A New York volle accompagnarmi in giro nei caffè e nei ristoranti «storici» della sua generazione e lo ricordo versarsi impunemente, in assenza della moglie, grandi bicchieri di whisky, mentre io gli facevo compagnia divorando deliziose coppe di gelato.
Chiamatemi Ismaele - Il Saggiatore, pag. 256, euro 17,50

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