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Borghi, il colore diventa emozione

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Stefania Provinciali

 Una grande mostra al Chiostro del Bramante, a Roma, ripercorre la ricerca dentro la materia portata avanti negli anni da Alfonso Borghi. Trentaquattro opere di diverse dimensioni datate dal 2000 al 2013, di cui una decima inedite, testimoniano l’evoluzione che ha caratterizzato e fortificato la pittura dell’artista, quella stessa che trova le proprie ragioni in una origine informale, aperta alla gestualità espressionista, e giunta negli anni a toccare soluzioni personali e concrete in un rapporto aperto, in movimento, con la materia. E proprio «L’avvento della materia» è il titolo allusivo della proposta espositiva, realizzata col sostegno di Warrant Group e visibile fino al 29 settembre. Un primo riferimento può essere la Messa da Requiem, omaggio a Verdi del 2001, che mette in luce l’attenzione musicale dell’artista. L’immaginazione corre verso quelle sue divagazioni consequenziali nel colore e nella composizione materica che paiono abbandonarsi alle note del maestro fino a divenire «concreta» visione sul supporto. E’ questa una delle principali caratteristiche della pittura borghiana, quella cioè di agire fuori dall’immagine fino a renderla forma ideale utilizzando il colore, gli impasti, i materiali, mentre con mano sicura compone trame che si intersecano o si liberano sui piani della tela, si svolgono o si nascondono nei segreti di una piega, di una luce, di un groviglio seguendo il filo rosso che va pian piano delineando il racconto. Una caratteristica non certo facile da restituire all’occhio dello spettatore che di fronte a quell’opera non potrà non pensare alla musica, ad elementi sonori che l’autore ha colto col proprio sentire per poi restituirli ammantati di un rinnovato sentimento. E’ un primo approccio, una chiave di lettura che trova riscontro nel susseguirsi delle opere e dei temi. Tanti quelli affrontati da Borghi nel corso del tempo e destinati a cogliere dalla poesia, dai paesaggi, dai racconti, dai pensieri di autori più o meno celebri ma che gli permettono di attraversare la mente umana, quella degli altri e la sua, per portare nelle opere emozioni, sensazioni e non solo materia. Anzi, proprio la materia, si rivela mezzo, unico ed inconfondibile, per parlare attraverso le opere, per indurre alla sorpresa ed allo stupore, per suggerire come la mano e la mente dell’uomo possono comporre «note» sempre diverse. Dal 2000 al 2013 il percorso si fa così espressione di un acuto, dove gialli campi di grano si confrontano col blu del mare e l’Omaggio a Permeke dialoga con Gli anfratti le rovine e i boschi sotto le stelle di Shelley. Gioie e dolori, passioni e turbamenti, storia e storie si inseguono in un cammino artistico dove la materia va acquistando sempre più forza e solidità espressiva e se, un riferimento a Fautrier e Dubuffet, a Pollock e de Kooning appare necessario per un riesame storico di certe espressioni, tuttavia è fondamentale cogliere in Borghi quegli aspetti che guardando «oltre la storia», che ne caratterizzano la personale impronta. Così Alfonso Borghi nella sua identità pittorica si muove con naturalezza, trasformando il ruvido impianto materico che è alla base dell’opera in «opulenta corporeità» per riprendere il pensiero di Giovanni Faccenda, curatore della mostra romana, o meglio in corpo che esprime quei vibranti racconti a cui l’artista fa spesso riferimento, intesi come interpretazione di un attimo, di una emozione destinata a non andare perduta. I grumi, le trame, i fremiti, gli abbandoni e, sopra tutto, il pensiero, si fissano lì, dentro le composizioni, tutte tecniche mista su tela, senza compiacimenti, ma con la voglia di darsi al lettore, di offrire ciò che sta dentro la materia e dunque dentro l’animo. Borghi è così, un tutt’uno col suo agire pittorico. Quando dipinge nel luminoso studio di Campegine, si immerge in quella pittura; ci sono solo lui e la tela, la mente e la materia, fino a quando tutto è reso visione concreta. Dentro c’è la complessità dello scavare e dell’aggiungere, del combinare i colori, del delineare i moduli compositivi, dell’uscire o dell’aderire ai canoni della composizione fino a dare identità al racconto. Emerge l’animo padano, che tutto dà alla pittura e nulla toglie al sentire. Lo spettatore così non può fare a meno di rimanere affascinato, di entrare in quell’umano sentire e forse proprio per questo partecipa e sente il bisogno di scavare oltre l’immediatezza dell’immagine.
 

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