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Arte-Cultura

In bicicletta sotto la pioggia

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 Anna Maria Dadomo

Pioveva a catinelle, lampi squarciavano il cielo, tuonava, faceva buio come di notte tanto le nuvole erano scure e, certo, non era la giornata  migliore per avventurarsi in bicicletta fino all’edicola, lo vedeva anche lei… Ma nessuno in casa doveva ostacolarla ricordandole l’età non proprio giovane per compiere simili imprese, definendo anzi quella sua caparbia ostinazione a compierle, niente più che un capriccio infantile. E a suffragio della sua decisione, aveva portato l’esempio di Scipione Emiliano che in compagnia di Lelio si divertiva a  raccogliere  conchiglie sulla spiaggia e a giocare a rimbalzello… Quindi, infantile o meno, sarebbe andata. E poi era ben protetta, no? La lunga mantella rossa con  cappuccio e visiera, e gli stivaletti di gomma avrebbero fatto al caso. 
Ancora intenta a  tirare fuori dal garage la bicicletta, uno scroscio d’acqua  le si era riversato sulla testa  nuda, ma  anziché farla desistere, si era messa a ridere. Salita finalmente  in sella e iniziato a pedalare - non senza una certa goffaggine dovuta alla mantella larga e ingombrante - quell’allegria, che attingeva a una segreta risorsa di fiducia e d’incoscienza, la spingeva ad affrontare con  «spirito  indomito e avventuroso» - entrandoci dentro di proposito - tutte le pozzanghere che incontrava  lungo lo stradello. Anche gli scarti improvvisi, eseguiti all’ultimo momento per evitare i rami del biancospino che si piegavano sotto la violenza dell’acqua sbarrandole in più punti la strada, suscitavano in lei una spontanea ilarità. Imboccata la pista ciclabile, le sventagliate d’acqua sporca sollevate dalle macchine in transito anziché spingerla a un percorso alternativo e meno  esposto, le facevano  chiudere gli occhi e staccare i piedi dai pedali aumentando così il rischio di finire contro il cassonetto della spazzatura, il cartello stradale, il lampione. Comunque era arrivata all’edicola incolume divertendosi un mondo. Come da bambina. Anzi. Di più. Perché allora, al momento di tornare a casa fradicia e infangata, l’abbandono della  bicicletta nell’androne, il lento salire le scale, l’indugiare sulla soglia della cucina conscia che non l’avrebbe passata liscia - ma quello che temeva maggiormente non erano tanto le sculacciate  quanto il  divieto di andare in bicicletta  per una settimana o più - cancellavano la gioia provata fino a un attimo prima. 
Dopo essersi asciugata il viso e gli occhiali al riparo della tettoia, aveva finto di cercare gli spiccioli nelle tasche dei pantaloni più a lungo di quanto occorresse solo per nascondere il sorriso sbarazzino che aveva sulle labbra non appena smontata dalla bicicletta: la felicità che provava non voleva testimoni: era solo sua. Infilato quindi il giornale in una borsa di plastica, e salita nuovamente in sella, si era avviata sotto la pioggia - tiepida le sembrava - che neppure per un attimo aveva smesso di cadere. Come all’andata, ritrovò gli spruzzi sollevati dalle macchine, gli occhi chiusi, il gioco di lasciare i pedali e, perché no, anche il manubrio, quindi le risate quando evitava per un soffio gli ostacoli improvvisi. Raggiunse il cancello di casa in un battibaleno. Figuriamoci! Proprio adesso che aveva il vento a favore. Lo oltrepassò di slancio. Proseguì fino al Mc Donald’s dove, sotto il tendone di un gazebo, decise di fermarsi a riprendere fiato. Sentì allora i piedi sguazzare negli stivaletti come pesci in un acquario, brividi lungo la schiena… inutile negarselo: era bagnata fino alle ossa. Meglio tornare. Il vento adesso le sbatteva addosso facendo aderire la mantella al corpo, poi gonfiandola d’improvviso come un pallone; raffiche d’acqua le frustavano incessantemente il viso… la pedalata era lenta, faticosa. Prima di spingere il cancello però, prima di entrare, indugiò sotto le larghe foglie della catalpa per godere ancora un po’ del rumore della pioggia ringraziando  in cuor suo Montaigne  che con quell’episodio riportato negli Essais  l’aveva così ben servita. 

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