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Il trionfale ritorno di De Ambris dall'esilio

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Pietro Bonardi
Anche a Parma il 1913 si qualifica per la trepida e per certi aspetti tumultuosa attesa degli esiti che avrà in campo politico la riforma elettorale emanata il 30 giugno 1912 dopo aver ricevuto l’approvazione della Camera con 284 sì e 62 no, e del Senato con 131 sì e 49 no. Una riforma che riconosce il diritto di voto a tutti i maschi, anche analfabeti purché almeno trentenni, ed ai ventunenni in possesso dei requisiti previsti da una precedente legge del 1882 (un censo adeguato ed un’istruzione elementare minima), oppure che abbiano prestato il servizio militare. E’ in pratica l’introduzione del suffragio universale maschile che porta gli aventi diritto al voto da 3.329.147 a 8.672.249, ossia dal 9,50% al 24% della popolazione.
La riforma viene percepita dai più come la ricompensa pagata da Giolitti ai socialisti per il loro appoggio alla campagna di Libia e di conseguenza crea non poca apprensione in campo cattolico, ancora ben convinto di non poter accettare la sovranità popolare nel senso proclamato a quel tempo dal liberalismo politico "perchè - come specifica un documento ispirato dalla Santa Sede - ogni autorità promana da Dio e non è del popolo, ma per il popolo; cioè la sovranità non risiede essenzialmente ed inalienabilmente nel popolo". Tuttavia, senza abbandonarsi "ad inutili discettazioni sulla sovranità popolare", i cattolici parmensi nel Congresso giovanile che tengono a Fontanellato il 15 settembre 1912, si dichiarano pronti ad aderire al suffragio "allargato" soprattutto perché "è obbligo di tutti i cattolici d’impedire il male e promuovere il bene", e poi non vanno trascurate considerazioni di opportunità che "consigliano noi cattolici ad associarci all’allargamento del suffragio, visto che con una propaganda assidua e perniciosa fatta dai nemici della religione sulle masse operaie, queste sono state poste in condizione - dato lo scarso grado di capacità richiesta - di premere con forze numerosissime nei risultati delle urne, mentre è rimasta priva del diritto elettorale la miglior parte del popolo (e qui sembra chiara l’allusione alle donne escluse dal voto), che ancora ha viva la fede non inquinata da una imperfetta istruzione".
E sono proprio le "considerazioni di opportunità" che hanno spinto la Santa Sede all’allentamento dei vincoli imposti del famoso o famigerato “Non èxpedit” (Non conviene), la formula con cui la stessa Santa Sede il 10 settembre 1874 aveva espresso parere negativo sulla partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni ed in generale alla vita politica dello Stato. E’ infatti in vista delle elezioni generali del 1913 che nasce il cosiddetto "Patto Gentiloni": un accordo, ideato da Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865-1916), presidente dell’Unione elettorale cattolica, grazie al quale gruppi di cattolici moderati e singoli deputati liberali legati al presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, si impegnano a sostenere in Parlamento un programma redatto in sette punti (per questo noto come "Eptalogo"): opposizione ad ogni proposta di legge fatta in odio alle congregazioni religiose, piena libertà dell’insegnamento privato, seria istruzione religiosa nelle scuole comunali; assoluta opposizione al divorzio; diritto di parità alle organizzazioni economiche o sociali indipendentemente dai princìpi sociali o religiosi ai quali esse si ispirino; riforma graduale e continua degli ordinamenti tributari e degli istituti giuridici di giustizia, sviluppo di una politica tendente ad incrementare l’influenza italiana nello sviluppo della civiltà internazionale.
 Il ritorno di Alceste De AmbrisIn questo contesto si sviluppa lo scontro politico in vista delle elezioni che si svolgono il 26 ottobre 1913 e che in tutti i collegi elettorali del Parmense (tranne Borgo San Donnino dove candidato unico è il socialista riformista Agostino Berenini) vedono in lizza la coalizione cattolico-liberale e quella radical-socialista; per la prima a Parma Nord si presenta Lino Carrara, a Parma Sud Pietro Cardani, a Langhirano Giuseppe Micheli, a Borgotaro Emilio Faelli; per la seconda, a Parma Nord si batte Guido Albertelli, a Parma Sud Alceste De Ambris, a Langhirano Cornelio Guerci, a Borgotaro Guido Cavaglieri.A suscitare scalpore ed entusiasmo è in particolare la candidatura di Alceste De Ambris, dal 1908 esule in Svizzera, promossa a Parma da un apposito comitato diretto dal maestro Pietro Marchetti, dirigente dell’organizzazione laica degli insegnanti elementari.
 Secondo la Gazzetta del 25 ottobre 1913 il nome di De Ambris "serve a coprire un’alleanza improvvisa delle varie frazioni sovversive per tentare la conquista del suffragio. [...] I sindacalisti più coerenti e in buona fede hanno espresso nettamente la propria opinione contraria alla candidatura De Ambris, contraria alla partecipazione dei sindacalisti alle elezioni, contraria all’alleanza con gli odiati riformisti e coi disprezzati massoni", ma "E' vero che c'è la scusa della “candidatura protestà”, e la “candidatura protesta” ottiene uno strepitoso successo: a De Ambris arrivano 7.079 voti contro il 5.184 del suo avversario Pietro Cardani. In seguito a questa vittoria, forte della conseguita immunità parlamentare, De Ambris fa il suo ritorno a Parma martedì 28 ottobre suscitando un memorabile tripudio di folla entusiasta. Secca e laconica è la notizia fornita da “L’Idea”, il settimanale dei socialisti riformisti, sorpresi e solo forzatamente lieti della vittoria dell’odiato sindacalista: "L'arrivo di Deambris (!) da Lugano, accolto da gran folla, ha segnato il culmine del giubilo popolare per la sconfitta Agraria". Coloritissima ed esultante è invece l’ampia cronaca stilata dal radical-massonico “Il Presente” e ripresa dall’organo della Camera del Lavoro sindacalista L’Internazionale: "Il manifesto della Camera del Lavoro che invitava il popolo e tutte le organizzazioni a recarsi per le 12 alla stazione ad incontrare il De Ambris, distribuito anche in campagna, richiamò una vera fiumana di popolo. Cinquantamila persone erano accorse alla stazione e avevano invaso il piazzale e le adiacenze: una massa di popolo enorme, in cui era veramente notevole l’elemento femminile della città e del contado. Erano popolane dell’oltretorrente, giovani e madri coi loro bambini in braccio; erano robuste abbronzate contadine dai caratteristici vestiti a colori violenti, tutte quante invase da un entusiasmo sincero che trasfigurava i loro volti, dipingeva una gioia, un entusiasmo evidente sulle faccie dai lineamenti forti e duramente segnati dal lavoro. Ai lati della porta d’uscita dei viaggiatori nel piazzale della stazione, s'erano schierate circa un centinaio di bandiere, tutte fiammanti, e in alto, accanto ai nastri portavano tutte quante una scheda col ritratto di De Ambris: la fatidica scheda che è stata l’arma vittoriosa e terribile di questa grandiosa battaglia [...]".
(1 - continua)
 

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