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Arte-Cultura

E Parma mise le ruote ai bersaglieri

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LORENZO SARTORIO

Anche se Ferrara  rivendica il primato definendosi  «città della bicicletta», Parma, non è certo seconda alla città della «salama da sugo».  Infatti, la nostra città, da sempre è stata popolata da sciami di bici che ne hanno percorso  sia il centro che la periferia e l’immediato contado. Addirittura, a Parma, il 15 marzo 1898, nacque il primo reparto di bersaglieri ciclisti su lungimirante intuizione del capitano Luigi Camillo Natali il quale, attraverso questo espediente,  intendeva spostare i suoi uomini con maggiore rapidità, da un posto all’altro della battaglia, per disorientare il nemico. E, tra i bersaglieri  ciclisti, reparto  scelto dei fanti piumati, figurarono  anche tanti parmigiani, e cioè gente già avvezza all’uso  dei pedali. Insomma, un grande amore fra la nostra città e la bici che non si è certo affievolito negli anni. Sono cambiati i tempi, purtroppo è cambiato il traffico divenendo sempre più caotico ed inquinante, ma la cara vecchia bici resiste grazie anche alla realizzazione di piste ciclabili che dovrebbero rendere il percorso un po' più protetto per i ciclisti. 
La bici, nell’Ottocento,  era considerata uno status simbol  appannaggio dei ceti più agiati in quanto, i pochi esemplari costruiti,  avevano prezzi proibitivi. In seguito, divenne  il mezzo di locomozione dei ceti popolari. Infatti, era utilizzata in modo particolare dagli operai per recarsi in fabbrica e dagli stagionali per portarsi nelle campagne per la raccolta del pomodoro, cipolle e barbabietole.  La bici  fu  pure utilizzata, in tempi diversi,   da coloro che  non se la sentivano di vivere una vita al guinzaglio come i cani. Anche  molte staffette partigiane durante l'ultima guerra la utilizzarono  per recapitare ordini da un comando all’altro. Ma il nemico più acerrimo  delle bici, in Italia,  fu il generale Fiorenzo Bava Beccaris il quale, durante i moti di Milano del 1898, ordinò una sanguinosa repressione nei confronti di chi la utilizzava  in quanto considerato  sovversivo. Negli anni del proprio splendore, la bici, ovviamente nelle località di pianura (nel nostro caso città e bassa), era utilizzata quasi da tutti ed anche da chi svolgeva professioni importanti o missioni delicate come ad esempio i parroci. A questo punto, è sufficiente ricordare il guareschiano Don Camillo in sella all’inseparabile  bici, tonacone al vento, tra i nebbiosi argini del Po. Ma, in bicicletta, salivano anche il medico del paese, la levatrice, i carabinieri con la carabina a tracolla in pattuglia  nelle campagne, le guardie notturne, i vigili urbani, i braccianti. E anche tante famiglie, alla domenica,  facevano la loro gita fuori porta proprio a bordo della bici con i bimbi  sulla canna. Come anche i «moróz» utilizzavano la bici e non era raro intravedere  giovani coppie mentre si recavano a ballare con lui in sella e lei, gonna e capelli al vento, seduta sulla canna. 
Altri tempi in cui le bici erano moto più spartane e forse più scomode,   ma tanto robuste con certi fanali ad acetilene oppure a dinamo che dovevano  illuminare, per quanto possibile, strade buie e sterrate.  Alla bici sono stati dedicati anche film,  basti pensare a « Ladri di biciclette», oppure a «Bellezze in bicicletta» con quel motivetto  cantato da Silvana Pampanini  creato dal mitico Giovanni D’Anzi nel 1951 : « Ma dove vai bellezza in bicicletta così di fretta pedalando con ardor ? Le gambe snelle,  tornite e belle, m'hanno già messo la passione dentro il cuor». E, sempre alle «bellezze in bicicletta», dedicò anni fa un bellissimo libro la brava scrittrice reggiana Adele Grisendi ( Sperling & Kupfer editori -2008). Inoltre, la bici, tenne con il fiato sospeso tutta Italia all’indomani dell’attentato  a Togliatti, con il Paese sull'orlo della guerra civile, « salvato» da Gino Bartali che vinse il Tour de France allentando  di molto la tensione che si era venuta a creare. E poi, la sana rivalità tra il campione toscano e Fausto Coppi, le leggendarie  tappe alpine del Giro d’Italia e del Tour (ricamate dalla poetica penna di Bruno Raschi, l’inarrivabile cantore dell’umanità dello sport) in un crescendo di emozioni sportive che toccarono anche la nostra città che annovera fior di campioni come Vittorio Adorni,  Armani, Casalini, Gualazzini, Ghidini, Gandini per poi finire con il giovanissimo Adriano Malori che sta portando avanti oggi, con valore,  le tradizioni ciclosportive parmensi. 
Un capitolo a parte lo meritano, però, i vecchi meccanici-costruttori di bici parmigiani che, nelle loro bottegucce, una volta veramente tante,  raddrizzavano  cerchioni e pezzavano camere d’aria, non sostituendole  come si usa fare adesso, ma riparando la foratura immergendo la camera d’aria in un «sój» (secchio) d’acqua per individuare il foro che,  veniva  sistemato con una pezza ricavata da una vecchia camera d’aria incollata con la miracolosa «soluzione» dal  forte odore  di acetone. Già, i meccanici da bici, come i fratelli Chierici di via Sauro, inventori della bici «Maurizio». E, poi, il leggendario Celestino Soncini, classe 1913, un brav’uomo che aveva il pallino della meccanica, il quale, nel 1933, decise di aprire bottega nello scantinato di una villa in viale Solferino e poi in via Italo Pizzi all’ombra della Cittadella. Oltre che una brava persona, Celestino,  era anche un provetto meccanico tant’è che tutta la gente della zona ricorreva a lui con le proprie bici che, a quei tempi, rappresentavano il più diffuso mezzo di locomozione. Dopo alcuni anni, Celestino (del quale quest’anno ricorre il centenario della nascita che sarà celebrato il 29 settembre a Gaione con una mostra di bici d’epoca realizzata dal figlio Giuseppe e dai nipoti Paolo e Riccardo)  aprì  una nuova bottega unitamente al figlio Giuseppe, un bimbetto di 12 anni al quale attaccò la «malattia» delle bici.
 Per Giuseppe, il primo giorno di lavoro, fu una vera e propria cerimonia di iniziazione alle due ruote. Ora la tradizione dei Soncini prosegue con Beppe e il figlio Paolo i quali,  nella loro attrezzatissima  officina di via Traversetolo,  non solo riparano ma restaurano bici d’epoca. Un’altra storica bottega parmigiana di bici  fu aperta nel lontano aprile del 1922 da Otello Corradi, padre di Giorgio, attuale gestore del negozio di strada D’Azeglio all’ombra  delle Torri dei Paolotti. Una strada D’Azeglio, quella del '22, completamente diversa dall’attuale. Una strada dove si affacciavano ben otto bottegucce di meccanici di biciclette mentre altri punti di riparazioni - bici erano ricavati all’interno di portoni e sottoscala «de dla da l’acqua». Un negozio, quello dei Corradi,  che  faceva anche deposito,  domenica compresa, ma anche al mercoledì e sabato, per tutti  quegli agricoltori provenienti dal primo contado   che si recavano  in piazza Garibaldi al mercato.  La bottega di Corradi  disponeva di una toilette (allora molto rare) dotata anche di specchio e lavabo dove  la gente  poteva riassettarsi dopo un’ estenuante pedalata per raggiungere la città. Dal negozio-officina dei Corradi  sono transitati tanti promettenti  giovani garzoni  che sarebbero in seguito divenuti  provetti meccanici o addirittura costruttori di bici come Ermes Giuffredi e altri che approdarono da Garlatti il più noto costruttore  di bici della nostra città con stabilimento  in borgo al Collegio Maria Luigia.  
 

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