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Sardegna nella Sardegna, magia della Maddalena

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 Stefano Lecchini

Pare abbastanza evidente che l’Antonella Anedda di questo bellissimo «Isolatria -Viaggio nell’arcipelago della Maddalena» (Editori Laterza) tratti se stessa, come afferma del Sebald de «Le Alpi nel mare», al modo di uno spettro: le piace che anche «la sua persona, con le sue memorie, compaia in pieno accordo con la spettralità, a tratti, mai interamente, affacciandosi e poi comunque ritraendosi». Certo, a differenza di quanto avviene nelle sue opere in versi (fra le più intense e decisive del nostro ultimo quarto di secolo, da «Residenze invernali» a «Il catalogo della gioia» a «Salva con nome»), qui, nell’alleanza con il rumore sottile della prosa, la sua voce sembra riuscire a distendersi: la furia verticale, a piombo, che così assiduamente la spossessa e la schianta, tende a rilassarsi; pensiamo di poterla finalmente cogliere davanti a noi in carne e ossa, negli snodi della sua quotidianità più irrecusabile: ma, per quanto la prima persona singolare non venga assolutamente espunta dai fogli di questi «diari delle vacanze» (le ultime due estati, 2011 e 2012, si aprono peraltro anche a tempi ben più remoti), è fuor di dubbio che l’Anedda abbia davvero cominciato a trattare se stessa come «un’estranea» - a tutto profitto di uno sguardo capace di farsi puro paesaggio. Stretto nelle tenaglie del riparo e della minaccia, o di una separatezza che non può non alimentare il sogno dell’Altrove, l’arcipelago della Maddalena ci appare continuamente scosso dai venti (il maestrale, il libeccio, lo scirocco...), come una fiaccola che non conosce riposo. 
Portata da questi venti a riattraversare, ogni estate, la terra che fu dei suoi nonni, l’Anedda è sempre in moto: fra Cala Francese e Cala Coticcio, Trinita e lo Spalmatore, Caprera e Santo Stefano, la casa di Garibaldi e la tomba di Volonté... Passa, vede, perde; guarda per «vedere» ma anche perché guardare è un allenamento alla perdita; eppure, nel momento stesso in cui avverte che le cose e le parole che la colpiscono sono comunque destinate a passare, non tralascia un istante di annotare immagini, «mandandole giù» con quello sguardo «da formichiere» di cui parlava Zavattini a proposito di Paul Strand – giacché solo in tal modo le immagini potranno intrecciarsi fino a disegnare il profilo, che ci sfugge e forse ci sfuggirà sempre, in cui si nasconde, e si specchia, il nostro innumerabile volto. 
Così, questo è un libro tutto fatto di rocce e di vento, di rocce molate dal vento: scogli, speroni o rocce appiattite color grigio scuro, rosa, o rosso virante al viola quando il sole tramonta. E poi (lo avrebbero amato Borges e Jabès) è un libro di sabbia, «con la sua vita di granelli»: sabbia bianca o cinerea, finissima o straordinariamente compatta, incapace di incollarsi fastidiosamente al nostro corpo. Ed è un libro di acqua: acqua talvolta «bassa e tanto quieta da sembrare spalmata d’olio», acqua «quasi lacustre e trasparente come una piscina», acqua che lascia intravedere prati «color cipresso con punte di viola» oscillanti al nostro passaggio, acqua di una densità che fa resistenza e «si varca come se fosse neve», acqua in grado di riprodurre tutte le variazioni «di azzurro, di indaco e di smeraldo» che la sua tavolozza possiede. Mentre insegue le metamorfosi della pietra e del vento, della sabbia e del mare, la voce che ce le riporta è attraversata da improvvise folgorazioni in cui sembra balenare – almeno per un attimo – la verità ultima, o il destino, di se stessa e dell’universo che la circonda. Questo destino, lo abbiamo appena accennato, è un destino di perdita: ma siamo davvero sicuri che tutto si perda se le nostre ossa di «caduti in guerra» si mischieranno e confonderanno per sempre, con sovrana giustizia e giustezza, alla polvere in cui si sbriciolano tutte le cose? Il lettore potrà avere l’impressione che l’Anedda, in questo sguardo incessante, abbia davvero annullato completamente se stessa, dissimulandosi fra le luci e i colori del suo diario. Non è un’impressione sbagliata. D’accordo, il libro si chiude su un ritorno al Continente: come se questo «mettere terra», come se questo ritrovare la terra costituisse il riparo supremo – un ritorno alla terraferma dell’Io, che fra le isole della Maddalena si era così umilmente subordinato alle epifanie del paesaggio. 
In realtà, e non solo nei momenti in cui l’Anedda ne pare consapevole, tutto il disperdersi, tutto il dimenticarsi in questa bellezza, a volte tanto forte da sembrare insostenibile, era già «tregua»: era rifugio, riparo: era «giustizia» - perché il polverizzarsi nel mondo costituisce la nostra esigenza più autentica, e solo da lì possiamo attingere la pace. «Stiamo tutti rifugiati», diceva, da piccola, Sofia, la figlia di Antonella, quando fuori infuriava il temporale. Non riesco davvero a concepire condizione più pertinente, per i lettori che si affacceranno su questo libro così meravigliosamente esposto all’incalzare di un’implacabile bellezza. 
Isolatria - Viaggio nell’arcipelago 
della Maddalena
Laterza, pag. 132,  12,00

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