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L'amaro episcopato di Neuschel

L'amaro episcopato di Neuschel
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Ubaldo Delsante
Adamo di Neipperg, "il bardo" che aveva ornato di austriache corna la testa di Napoleone, come dicevano malignamente i bonapartisti francesi, era già vedovo dal 1815 e, qualche settimana dopo il 5 maggio 1821, anche Maria Luigia seppe di essere rimasta vedova. Solo allora i due decisero di regolarizzare, almeno sotto il profilo religioso, il loro rapporto che durava ormai da cinque anni e che era stato allietato dalla nascita di Albertina e Guglielmo, cui era stato dato il cognome tradotto in italiano del padre: Montenovo. Il tutto, naturalmente, nel massimo della segretezza.
 Provvide a celebrare le nozze, dette morganatiche perché il lignaggio dei due coniugi era impari, il 7 agosto 1821, nella cappella del Palazzo Ducale, presenti soltanto due medici come testimoni, il confessore e cappellano di corte János Tamás Neuschel. Il monaco vergò il documento e lo inserì nell’archivio segreto della Cancelleria Episcopale. Nessuno doveva parlarne e in effetti la cosa si saprà soltanto quando Neuschel, diventato nel frattempo vescovo di Parma, lo rese di pubblico dominio il 27 gennaio 1848, quaranta giorni dopo la morte della duchessa. Il domenicano ungherese Giovanni Tommaso (János Tamás) Neuschel, nato nel 1780 a Várallya, nel Comitato di Szepes (Ungheria Superiore), venne ben presto in Italia quale cappellano militare di un reggimento imperiale che nel 1817 prese stanza a Casalmaggiore. Qui lo raggiunse la chiamata della corte di Parma a motivo della malattia di una cameriera di Maria Luigia che parlava solo ungherese e che voleva confessarsi. Dopo aver ricevuto alcune importanti onorificenze e la carica di abate della Diocesi di Guastalla, nel 1828 venne nominato vescovo della terza città del Ducato quando una bolla di Leone XII trasformò la Diocesi abbaziale in Vescovado.
Neuschel si preoccupò della formazione spirituale dei futuri ministri della Chiesa e fu il fondatore del seminario, cui diede un preciso regolamento disciplinare. La sua missione pastorale si rivolse soprattutto all’esortazione di ecclesiastici e fedeli all’amore per il prossimo, alla preghiera e alla penitenza, consapevole che nell’aria stava maturando qualcosa di grave per tutta la società. Infatti ben presto iniziarono anche nel Ducato i moti rivoluzionari. Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1831 Maria Luigia d’Austria lasciò il palazzo ducale e si trasferì a Piacenza sotto la protezione delle truppe austriache. Il patriota Antonio Gallenga, in un appassionato discorso pronunciato dal palazzo del governatore, infiammò il popolo che ascoltava nella piazza maggiore, a vendicare i giovani e gli studenti liberali caduti o fatti prigionieri in uno scontro con gli Austriaci a Fiorenzuola.
 Oltre al vescovo, furono presi di mira, tra gli altri fautori del governo ducale, il principe di Soragna, dignitario di corte, e i figli del ministro Vincenzo Mistrali, che era andato con la Duchessa a Piacenza.  Il Gallenga, invece, non si accontentò delle misure di prudenza del Governo provvisorio di Parma, che aveva disposto che il Neuschel non si muovesse dal suo episcopio e si considerasse ostaggio per i prigionieri di Fiorenzuola, ma volle andare personalmente a Guastalla assieme ad alcuni compagni armati come se avessero a che fare con un malfattore e lo arrestò conducendolo a Parma all’Albergo della Posta. Gli storici hanno sottolineato che l’azione era stata condotta dai patrioti senza l’autorizzazione del Governo provvisorio e senza che nessun abitante di Guastalla vi prendesse parte.Dopo il ristabilimento del Governo ducale, alcuni dei protagonisti del rapimento di Neuschel vennero catturati. Durante la sua deposizione, tuttavia, il vescovo espose l’accaduto senza aggiungere commenti, precisando che non intendeva presentare alcun ricorso contro i suoi offensori, da lui già perdonati. Rattristato comunque per l’episodio, rassegnò le dimissioni alla Santa Sede, anche se il clero di Guastalla era dalla sua parte e si pronunciava affinché Neuschel desistesse dalle sue intenzioni. Il Capitolo si rivolse anche a Maria Luigia, invitandola a convincere il Neuschel a restare a Guastalla. Quando egli tornò nel suo episcopio, ricevette una festosa accoglienza, che rafforza la tesi sui buoni rapporti intercorrenti con la popolazione.
Nel 1836 papa Pio VII gli affidò la sede episcopale di Borgo San Donnino, in cui egli entrò solennemente il 5 marzo 1837 tra una popolazione che lo accoglieva con manifestazioni di benevolenza. Neuschel non deluse tanto entusiasmo e trascorse a Borgo San Donnino il periodo più sereno del suo operato. Dopo la morte, l’ultimo giorno del 1842, del vescovo di Parma monsignor Vitale Loschi, il Concistoro del 27 gennaio seguente assegnò a Neuschel la Diocesi più cara a Maria Luigia. Il nuovo vescovo pronunciò discorsi e pubblicò una lettera pastorale di alto profilo rivolta non tanto alla situazione politica instabile del momento, quanto piuttosto all’istruzione religiosa nonché al retto comportamento del popolo e del clero. Era pur sempre un atteggiamento legittimista, né poteva essere altrimenti, ma molto fermo sui valori religiosi. I liberali lo osteggiarono, ma è sintomatico che ad avversarlo fosse anche una parte del clero, che lo riteneva eccessivamente rigido circa i costumi.
 Neuschel, ormai non più giovane, faticosamente percorse la Diocesi compiendo le consuete visite pastorali, durante le quali si mostrò contrario alle "false dottrine dè sedicenti filosofi", ma i tempi erano ormai contro di lui. Il colpo più pesante gli venne dalla scomparsa di Maria Luigia. La situazione politica, in quel torno di tempo, cambiò repentinamente in tutta la penisola e diversi sovrani concessero statuti o fecero promesse in questo senso.  A Parma il nuovo duca Carlo II il 20 marzo 1848 creò la Suprema reggenza, trasformatasi in Governo provvisorio. Il popolo considerava ormai il vescovo un "caporale tedesco" e lo ingiuriava storpiando il suo nome in "Negh fusel", cioè non ci fosse. Allora Neuschel rassegnò le dimissioni, sul momento rimaste inascoltate. Il 17 maggio, mentre a Parma si trovava Vincenzo Gioberti, antesignano del moderno liberalismo, una plebaglia di scalmanati raggiunse il Vescovado e con urla e lanci di pietre contro le finestre costrinse il pastore ad andarsene. Da Verona, dove si era ritirato, Neuschel continuò con le sue lettere a difendersi dalle calunnie e ad esortare il clero ad un più retto contegno.
 Col ritorno degli Austriaci a Parma, nell’agosto del '49 il Capitolo lo invitò a ritornare, ma le cose non cambiarono, tanto che di nuovo chiese le dimissioni, accettate il 27 settembre 1852. Neuschel andò a Verona dove cooperò col vescovo locale senza dimenticare Parma. Morì a Verona il 20 dicembre 1863 e venne sepolto in quella cattedrale dove una lapide tuttora lo ricorda. La sua figura è stata non poco demonizzata in particolare dagli storici di parte liberale, mentre alcuni studiosi come don Ferruccio Botti, che scrisse proprio sulla Gazzetta di Parma di cinquant'anni fa, l’8 luglio 1963, un articolo intitolato "L'amaro episcopato del saggio vescovo Neuschel", e ancora Guglielmo Capacchi, Carla Corradi e Leonardo Farinelli espressero opinioni più ponderate. E forse, a distanza di un secolo e mezzo dalla sua scomparsa, sembra opportuna una serena rivisitazione di un personaggio, che, pur straniero di nascita e di formazione, ha lasciato una traccia non secondaria nel mondo cattolico e più in generale nella vita civile di Parma e del suo Ducato.

 

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