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Sant'Agata, l'opera numero 28

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Egidio Bandini 

Cosa significherebbe, nell’anno del bicentenario, scoprire una nuova opera di Giuseppe Verdi? Certamente dover riscrivere la storia del più grande Genio musicale italiano. È ciò che fa il nuovo libro d’arte «Viva Villa Verdi»  (Laboratoriorosso,  tiratura limitata, 450 copie, pag. 248,  1500 euro: un prezzo in gran parte finalizzato al sostegno dei restauri della storica villa, dove domenica si terrà la presentazione a inviti), il quale  scopre, attraverso le immagini di Sandro Vannini e i testi di Roberto Mottadelli, la ventottesima opera del Maestro. Scrive Riccardo Muti nell’introduzione al volume: «Sono convinto che la Villa di Sant’Agata andrebbe annoverata tra le opere di Verdi, talmente essa compendia il suo pensiero, il suo modo di essere, di costruire ed organizzare, concresciuta com’è alla vita del suo abitatore e intrecciandovisi in modo inestricabile. Che lo applichi ai suoni o meno in fondo poco cambia, si tratta sempre di comporre, mettere assieme ed edificare». Dunque il buen retiro di Verdi, la casa che volle «a sua immagine e somiglianza» è da intendere non come una semplice costruzione, un edificio di mattoni, calce, intonaco, travi e coppi, bensì come una composizione, un’armonia inedita del Mago, quella cui dedicò, come scrive Roberto Mottadelli, tutto il tempo necessario ed anche di più: «Il Maestro e Giuseppina si trasferiscono a Sant’Agata nel maggio 1851, anno che per Verdi sarà memorabile: nascono la ''sua'' villa e il Rigoletto. In realtà i lavori – quelli della villa, ovviamente – non sono ancora finiti. Si concluderanno solo nella seconda metà degli anni Sessanta. Anzi, in verità non finiranno mai, tra interventi di manutenzione, arricchimento dell’arredo e ammodernamenti dell’edificio. E continue trasformazioni del parco, organismo vivente che sfida i progetti del Maestro. Proprio il parco è il (letterale) terreno di confronto fra due concezioni diverse della campagna e della vita agreste. Quella di Verdi e quella dell’unica persona che il Maestro sia disposto ad ascoltare. Lei vorrebbe colori e profumi. Lui piante, acqua per irrigare e sentieri ombreggiati. Come sia finita lo racconta Giuseppina sedici anni più tardi, in una lettera alla contessa Clara Maffei, con l’ironia che solo l’amore sa regalare. L’amore e anche il passare del tempo, che colora di nostalgia anche le piccole sconfitte. ''Si incominciò, con infinito nostro piacere, a piantare un giardino, che in principio fu detto il giardino della Peppina. Poi si allargò, e fu chiamato il nostro giardino. Ora che è grandissimo, è definitivamente chiamato il suo giardino; e ti posso dire, che in questo suo giardino vi Czareggia [zareggia] or tanto, ch’io sono ridotta a pochi palmi di terreno, sui quali Egli non ha ''per condizioni stabilite'' il diritto di ficcarvi il naso. Non potrei affermare in coscienza, che Egli rispetti sempre queste condizioni, ma ho trovato mezzo di richiamarlo all’ordine, minacciandolo di piantar cavoli, invece di fiori''. La villa di Sant’Agata rimarrà il baricentro della vita del Maestro fino al 1901, l’anno della sua morte». Punto d’arrivo, quindi, dal momento che a Verdi occorreva un porto sicuro, un rifugio dove ritrovare, seppure ad una certa distanza, l’aure dolci del suolo natal; ma anche base di partenza per i viaggi: quelli più consueti alla volta di Genova per svernare e quelli più impegnativi verso Parigi o addirittura San Pietroburgo, a rappresentare «La forza del destino». «Villa di Sant’Agata ci è giunta miracolosamente intatta (e tale auspichiamo rimanga) e tanto ci dice ancora oggi di lui, che ci si aspetterebbe di vederlo apparire da un momento all’altro. – scrive ancora il Maestro Muti - Di questo non possiamo che essere grati alla famiglia Carrara Verdi che con così grande amore e dedizione si è dedicata, nel succedersi delle generazioni, non solo a conservare amorevolmente Sant’Agata, ma a mantenerla viva. Lì respiriamo la stessa aria che lui respirava e siamo circondati dagli stessi oggetti (i mobili, i quadri e le sculture, ma anche la biblioteca che testimonia l’ampia cultura così europea e – soprattutto – un’inesauribile curiosità e vivacità intellettuale, che non si limita alla sfera umanistica ma che travalica nella scienza e nella tecnica, riannodandosi così al Rinascimento: quel motto ''Tornate all’antico e sarà un progresso'' insospettabilmente si avvera a Sant’Agata) che fungevano da muti testimoni delle sue creazioni, fino al Falstaff (che Verdi aveva concepito come proprio lì ambientato, tra villa e giardino, in una dimensione famigliare-conviviale)».  Entrare a Villa Verdi, grazie a questo libro d’arte, oggi è ancor più emozionante, più suggestivo, più verdiano: al punto che nelle stanze private, abitate da Angiolo Carrara Verdi, con la moglie e i figli, sembra di ritrovare il Mago e la Peppina, intenti a discutere di rose e di cavalli, di pavane e di cabalette, di Manzoni e di Rossini prima di accogliere gli ospiti nel salotto rosso, per un vermut e l’immancabile caffè: il «balsamo del cuore e dello spirito» che il Maestro preparava sempre personalmente.

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