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Arte-Cultura

Prato, laboratorio del Rinascimento

Prato, laboratorio del Rinascimento
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Pier Paolo Mendogni

Se Firenze è stata la culla del Rinascimento, Prato ne è stato il laboratorio sperimentale in cui si sono esercitati Donatello, Paolo Uccello, Filippo e Filippino Lippi e altri artisti. Data d’inizio 1428 quando sono stati chiamati Donatello e Michelozzo per costruire nell’angolo destro della facciata della Pieve (oggi Duomo) il pulpito da cui mostrare la Sacra Cintola, la preziosa reliquia della cintura della Madonna – un nastro di lana caprina intessuto di fili d’oro – portata nel 1141 da un pellegrino dalla Terra Santa e conservata in una cappella affrescata da Agnolo Gaddi.
E Donatello stupiva i pratesi scolpendo nelle lastre marmoree una danza sfrenata di angioletti con palesi richiami all’antichità. Prato, che allora non aveva il titolo di città, trovava qui la spinta – sostenuta dai ricchi mercanti – per iniziare a trasformare e qualificare la propria identità sul piano urbanistico e culturale chiamando a lavorare artisti di prestigio e diventando un vivace centro da cui uscivano soluzioni innovative. Questo felicissimo momento storico-artistico viene brillantemente documentato nella mostra intitolata «Da Donatello a Lippi. Officina pratese», curata da Andrea De Marchi e da Cristina Gnoni Mavarelli (come il bel catalogo edito da Skira), allestita fino al 13 gennaio 2014 a Prato nel Museo di Palazzo Pretorio, splendido edificio riaperto al pubblico dopo sedici anni. Donatello (1386-1466) ha lasciato a Prato un’altra opera che apre il percorso espositivo: una terracotta con un’architettura all’antica che ospita la Madonna in trono con il Bambino e ai lati due angeli, caratterizzata da una leggera e frusciante mobilità di panneggi e da una dinamica rifrazione della luce, che segna una svolta rispetto a Ghiberti. Sorprendente l’iconografia della creazione di Eva che, uscita da Adamo, vola tra le braccia di Dio Padre. Mentre lo scultore realizzava il pulpito, veniva chiamato a decorare la cappella dell’Assunzione un altro fiorentino, Paolo Uccello (1397-1475), che era appena stato a Venezia rifulgente di ori bizantini ai quali era assai sensibile, come dimostrano le sue opere giovanili: un periodo che qui viene scandagliato con rigore e profondità attraverso una decina di lavori che mettono definitivamente a fuoco quegli anni e che costituiscono una significativa mostra nella mostra; dipinti che si collegano agli affreschi e rivelano l’eccitata fantasia dell’artista e il suo rapporto col calligrafismo tardogotico. Nella «Crocifissione» il dolente espressionismo della Vergine e di San Giovanni contrasta con la grandiosità del Cristo incastonato nell’oro. Stupefacente la lotta di San Giorgio col drago, entrambi guizzanti di dorati baluginii, in un paesaggio striato di bianco, rosso arancio e azzurrino, dominato da Dio Padre nell’immensità dorata, mentre la principessa incatenata d’oro guarda con aria assente. Un altro suggestivo racconto è quello dell’Adorazione del Bimbo con tre santi in primo piano, in basso, che pregano e con la natività avvolta in un’atmosfera di tenera dolcezza orientale. L’idea di includere dei santi in una scena della storia sacra è innovativa e verrà raccolta e diffusa da Filippo Lippi. L’Annunciazione segna l’inizio del suo interesse per la prospettiva nell’edificio in cui siede la Vergine e un ulteriore passo verso solidi valori di concretezza fisica si ha nella Santa Monica con due fanciulli. Eleganza gotica e delicatezza di sentimenti sulla scia della lezione dell’Angelico caratterizzano le raffinate, sontuose, fiabesche  pale di Zenobi Strozzi trionfanti di ori, di colori cinerini, azzurrini, rosati con lo sfondo di asciutti paesaggi montuosi. Nel 1452 veniva chiamato a  decorare la cappella maggiore della Pieve il carmelitano Fra Filippo Lippi (1406- 1469) per Vasari «il più singolare maestro del suo tempo» che a Prato ha dipinto i suoi capolavori. Già le giovanili Madonne col Bambino hanno una impaginazione scultorea e mostrano una spontanea affettività, caratteristiche che verranno affinate con maggior realismo nella splendida tavola della Collezione Kress. La dolcissima «Natività» degli Uffizi è collocata in un sereno, mistico scenario col Bambino sdraiato tra i fiorellini, angioletti glorificanti, santi trepidanti nella preghiera. Altro sublime capolavoro il tondo con in primo piano la Vergine, velata di malinconia, col Bimbo in braccio e sulla sfondo la nascita della stessa Maria e l’incontro di Anna e Gioacchino in una limpida scenografia prospettica modulata dalla soavità della luce. E’ esposta anche la famosa tavola della «Madonna della cintola», eseguita nel 1456 per le monache di Santa Margherita di cui era cappellano: quadro galeotto perchè in quell’occasione il maturo frate si innamorava della giovane bellissima monaca Lucrezia Buti e i due fuggivano, svestendo gli abiti religiosi. Una appassionata vicenda d’amore rievocata dallo scrittore Roberto Piumini nel libro «L’amorosa figura» in uscita da Skira. I due venivano sciolti dai voti da Papa Pio II e dalla loro unione nascevano Filippino e Alessandra. Filippino (1457-1504), orfano a 12 anni, diventerà pittore sotto la guida di Fra Diamante (1430-1498), collaboratore del padre di cui ha completato varie opere e autore di quadri luminosi, disegnati con miniaturistica, metallica precisione. Filippo e Filippino si confrontano su un «Compianto di Cristo»: dramma evidenziato espressionisticamente dal padre e fortemente interiorizzato dal figlio che ne accentua la tenerezza affettiva e la fusione col paesaggio, accentuata nella «Regina Vashti» dove si colgono echi leonardeschi.

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