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Quel "Don Carlo" mancato di Titta Ruffo

Quel "Don Carlo" mancato di Titta Ruffo
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 GIUSEPPE MARTINI

C’era anche «Simon Boccanegra» nel progetto delle celebrazioni verdiane del 1913, come in queste del 2013. Solo che nel 1913 nessuno pensava che quest’opera fosse fra le maggiori di Verdi, anzi era stata piuttosto dimenticata e veniva considerata una specie di oggetto indefinito, al limite la più nobile delle opere meno riuscite di Verdi. Ancora a metà anni Cinquanta ci si chiedeva cosa fosse, se un capolavoro da scoprire o una strada nel buio che solo Verdi pensava valesse la pena di aver seguito, e si sa che si è dovuto aspettare la fine degli anni Settanta per una sua completa rivalutazione: nobiltà d’animo, slancio politico, aspri scontri virili e rassegnazione della maturità verdiana. Cali un gesto di perdóno allora su Mario Ferrarini, segretario del Regio e direttore amministrativo delle celebrazioni, che a inizio 1913 cercò di dissuadere più che poté Cleofonte Campanini, il megadirettore artistico e musicale delle celebrazioni, dal mettere in cartellone quell’opera oscura, tanto più che già Campanini in nome del ritratto verdiano a tutto tondo insisteva anche su due titoli antipopolari come «Oberto» e «Aroldo».
Con gioia di Ferrarini, «Aroldo» fu poi sostituito da «Un ballo in maschera» quando si ebbe la certezza che il tenore Alessandro Bonci sarebbe stato scritturato, mentre dopo aver visto un po’ di spettacoli in giro insieme a Lohengrin Campanini – figlio del tenore Italo, quindi nipote di Cleofonte e suo braccio operativo a Parma – Ferrarini cominciò a caldeggiare «Don Carlo» al posto del «Boccanegra», e «sotto tutti i rapporti», precisò, se non altro perché «Don Carlo» aveva avuto unanime successo a Bologna e Torino, e si poteva proporne un cast all’altezza con Giannina Russ come prima donna, Edoardo di Giovanni o Augusto Scampini nel ruolo del titolo, e il basso Nazzareno De Angelis considerato da Ferrarini un «Filippo II straordinario, il solo che ha fatto un gran successo alla Scala». 
La speranza era quella, poi concretizzata, di avere le scenografie del Regio di Torino firmate da Ugo Gheduzzi (lo scenografo della prima della «Manon» di Puccini). Di Titta Ruffo però, il più grande baritono di quegli anni, che aveva debuttato a Parma tredici anni prima nel «Trovatore», non si sente parlare fino alla tarda primavera, quando il direttore parmigiano pensa sia necessario per dare un ulteriore giro di prestigio alle celebrazioni e schiantare qualsiasi velleità di paragone con il resto d’Italia. Programma per Ruffo: Marchese di Posa nel «Don Carlo» al Regio e protagonista l’8 ottobre in «Rigoletto» nel Teatro Reinach, nell’attuale Piazzale della Pace, di recente comprato proprio da Campanini per dargli una boccata d’ossigeno. Campanini se lo coccola con studiata attenzione mediatica: «Voglio poi anche i Cartelloni per l’inaugurazione del Teatro Reinach ed il nome di Titta Ruffo in grande (senza però mettere col celebre)». 
Questo era davvero un uomo che sapeva gestire quegli animali strani che erano i cantanti. Quando Ferrarini propose i prezzi di ingresso a teatro – cioè 5 lire per l’ingresso generico a tutte le opere tranne al «Don Carlo» da fissarsi a 10 lire, per il resto con sedie a 5, poltrone a 20, poltroncine a 10, loggione a 2 – Campanini assentì, salvo poi in luglio far notare che «non si può mettere 10 £ di entrata per Titta Ruffo – ci sarebbero delle gelosie specialmente da parte di Bonci e credo con ragione». Tutto era pronto tranne un particolare: l’autunno. Pioveva molto, in quell’ottobre. Titta Ruffo si prese una tracheite epocale e non riuscì a fare che la prima prova di «Don Carlo». Costernazione generale, telegrafi messi sotto tortura e alla fine fu trovato e scritturato al volo il giovane Giuseppe Danise. Ruffo, sconfortato non meno del pubblico, si limitò a mandare un’affranta lettera a Campanini, subito fatta pubblicare dalla «Gazzetta» il giorno dopo la prima: «Tu che sai con quale passione avrei dato – in questa grande circostanza – il mio contributo, io ti annunci tutto questo», scriveva Ruffo con la tristezza di chi la bronchite l’aveva presa davvero e non per era pretesto «puoi immaginare con quanto dolore, io ti annunci tutto questo; e come sia profondo il rammarico che provo per te e per il pubblico, nel momento de la partenza», promettendo che «in qualunque altro momento, sarò sempre lieto di favorirti, anzi cercherò io stesso l’occasione di farti avere una rivincita col pubblico parmense, e coi tuoi numerosi amici».
 Campanini ridusse a una le serate di «Don Carlo» e la rivincita, purtroppo, non vi fu mai occasione di concretizzarla. Danise piacque ma non resse il confronto con chi ricordava un quarto di secolo prima la voce di Josip Kaschmann. Il cast appariva più lodevole che strepitoso: e alla fine a reggere tutte le fila fu il solito Campanini «con la cura e lo sfarzo a cui ci ha abituato». Mario Sammarco sostituì Ruffo al «Rigoletto» del Reinach, in una prima di fronte a Boito, Zanella, alla principessa Letizia di Savoia. Botteghino sorridente al Regio, come sempre quell’anno, ma non all’altezza delle 10.000 lire e passa della seconda di «Un ballo in maschera»: 7720,50 lire per l’unica recita di «Don Carlo» il 5 ottobre – con Angelo Masini Pieralli (Filippo), Amedeo Bassi (Don Carlo), Ernesto Benasso Liani (Inquisitore), Elena De Cisneros (Eboli), la Russ e Danise – e 8600 lire per la Messa, per la quale Campanini propose di mettere il biglietto a 10 lire per sostenere i costi dei numerosi coristi della Società Corale Beethoven giunti apposta da Parigi. «Ma prima di farlo parte al Comitato intero» precisò Campanini a Ferrarini «bisogna guardare di non scontentare il pubblico». Nel 1913, pensate che strana cosa, c’è chi pensava addirittura a non scontentare il pubblico.
 

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