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Anna Banti una voce dall'oblio

Anna Banti una voce dall'oblio
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Giuseppe Marchetti

Ntido e folgorante l'inizio del saggio prefativo di Fausta Garavini al Meridiano Mondadori dei «Romanzi e racconti» di  Anna Banti: «Anna Banti non ha avuto fortuna. Come personaggio è stata impietrata nella sua leggenda: la stanza-studio,  lei invariabilmente seduta in poltrona, la macchina da scrivere  sulle ginocchia, le perle al collo, “accomodati cara”, il fido domestico con il vassoietto, due bicchieri e la bottiglia del Porto. E  poi: fredda, altera,  scontrosa, impietosa. Questo il ritratto che ne  ha disegnato Grazia Livi. Insomma, la maschera per il volto.  Come scrittrice, colta, difficile, il largo pubblico non l'ha raggiunta. Pare tutto così vero, ma proprio la Garavini ammette due  righe dopo: «Maledetti equivoci».
Eppure c'è del vero. Quell'ombra di Roberto Longhi dietro le spalle non passò mai, fu un  profilo sul suo profilo, una mano tesa a ghermire o ad accarezzare  o a indicare un errore. Anna Banti non fu mai più Lucia Maria  Lopresti fiorentina del 1895, e questa Banti di oggi è già un  oggetto letterario, un prezioso oggetto letterario, sintesi e superamento dello scrivere oltre l'esercizio della memoria, dei  contenuti, dello stile, del grado alto, quasi sublime, del proporre  una storia. E non è un caso che Fausta Garavini abbia intitolato il  suo lungo e acuto saggio «Di che lacrime» riproponendo («nè so  leggerla in modo diverso») le sue precedenti letture bantiane con  documenti e lettere apparse su «Paragone».
 Ma il Meridiano  offre altre forze alla migliore restituzione di un ritratto che la  Garavini insegue e intimamente già possiede citando come abbiamo detto fin dall'inizio il cauto risvolto alla Silvestro Lega  dell'interno dipinto dalla Livi tra maschera e volto di una scrittrice e di un'epoca. E' qui, invero dunque, che Anna Banti si  colloca «sveglia, riposata e viva sotto la luna chiara» come Cecilia  nel romanzo «Il Bastardo» del '53: una luna, potremmo dire, cui  il Meridiano di oggi toglie ogni velatura nebbiosa, ogni dubbio,  ogni esitazione critica e di riferimento. Anche se i riferimenti alla  narrativa italiana della prima metà del Novecento sono tanti,  pertinenti e oggettivamente esibiti in queste pagine curate dalla  Garavini e da Laura Desideri alla quale si debbono anche le note  ai testi e una puntuale bibliografia.
La questione Banti (romanzo  autobiografico, racconto, narrazione storica, saggi) risale sino  agli anni Venti e Trenta, dalla prosa d'arte a «Solaria» a «Letteratura», dalle raffinate pagine della storia narrata quale intima  virtù del narratore a quelle della memoria che s'incarnerà nei  racconti di Gianna Manzini, di Fausta Cialente, di Alba De Cespedes, di Anna Maria Ortese, lungo una libera concezione del  romanzo quale psicologia dei diversi personaggi e del loro destino con non pochi debiti verso un calibrato freudismo.
 Il Meridiano di oggi ne è splendida testimonianza; e se Fausta Garavini può scrivere che la Banti «non ha avuto fortuna», è altrettanto vero che la sua non-fortuna l'ha elettivamente collocata  in un sentimento del tempo che ha in tre o quattro suoi libri - «Le  donne muoiono» ('51), «Le mosche d'oro» ('62), «Noi credevamo» ('67) e «La camicia bruciata» ('73), oltre che in «Artemisia» ('47) e «Un grido lacerante» ('81) - versioni di capitale  importanza legate sia al battito del cuore nello stile, sia a quella  impalpabile modernità che è, da sempre, il rischio dell'imprevedibilità della vita.
Dunque, non solo l'emancipazione femminile (che, forse, è più  presente nella Deledda e nella Serao o nella Percoto, che non  nella Banti!), ma qualcosa di diverso anche, quella «ibridazione  fra l'esperienza dello scrittore e la sua interpretazione simbolica», scrive la curatrice, dentro un vissuto che è vivere e scrivere  allo stesso tempo e con identica persuasione. In questo, la Banti è  ancora una volta maestra di lucida intelligenza e di realistica  contemplazione dall'Artemisia e il suo tempo alla caduta di  Roma, al Tremila di «Je vous écris d'un pays lointain» ('71) ai  racconti che uscirono su «Palatina» a metà degli anni Sessanta  come «Il sapore di un sentimento» e «I velieri in bottiglia» che  debbono qualche filamento impressionistico alla poesia dell'amico Attilio Bertolucci. In realtà, quindi, l'apporto di Anna  Banti alla nostra narrativa è sempre quel suo raccontare lievitato  suggestivamente tra felicità e timori, tra turbini esistenziali e  improvvise illuminazioni di pensieri e di luoghi magici, o resi tali,  come scrive la Garavini «per combattere un intimo malessere», e  «le pulsioni oscure». Il nostro Novecento è qui, in gran parte,  intrepidamente testimoniato.

Romanzi e racconti
    Mondadori ed., pag. 1.789, € 65,00

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