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La storia della Società dei Concerti

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Gian Paolo Minardi

Una lunga storia quella raccontata da Lucia Brighenti   per ricomporre le vicende della Società dei Concerti di Parma (il libro sarà presentato sabato, ore 17, al Ridotto del Regio  da chi stende queste note, dall'editore Maurizio Silva, presidente del sodalizio  e dall'autrice: seguirà un concerto del Trio di Parma): un’arcata di quasi cento venti anni entro la quale la giovane studiosa ha esplorato con lo scrupolo del ricercatore sapientemente sorretto dal respiro dello storico i vari passaggi che hanno intrecciato il tessuto vitale della istituzione così da renderne sensibile quel ruolo significativo occupato nella storia musicale della nostra città; nello spirito, evocato all’inizio dall’autrice, espresso da Arrigo Boito il quale affidava alle società concertistiche che andavano fiorendo sul finire del secolo «la grande e vera missione di conservare con religione le reliquie dell’arte strumentale». Costituita nel 1894, la Società dei Concerti di Parma è stata una delle prime, dopo quella di Firenze (1861) e quella di Milano (1864), a testimoniare l’istanza di allargamento dei confini musicali rispetto al dominante melodramma, istanza che nella storia della nostra città si intreccia ancor più significativamente proprio con il percorso primario, quello del teatro, di cui può essere letta come una specie di controluce, segnando al tempo stesso una trasformazione del costume sociale, nel risveglio di una vocazione strumentale che in Europa aveva radici ben più consistenti, ma che pure aveva avuto segni evidenti nelle vicende di casa nostra, pensando alle varie Società Filarmoniche e alle Accademie che trovarono una particolare attivazione grazie alla mano sensibile ed esperta di Maria Luigia. Certo, una tradizione che non trovava l’occhio benevolo di Verdi il quale rifiutò la presidenza della Società del Quartetto di Milano ritenendo che si dovessero scrivere non «quartetti strumentali» ma «quartetti vocali», quali prolungamento ideale della nostra grande tradizione polifonica; e comunque Verdi un Quartetto lo scrisse, non senza un certo senso di sfida, cesellando un prezioso gioiello. In ogni modo, come sottolinea puntualmente la Brighenti, la nascita della nostra Società vede in qualche modo la presenza di Verdi, attraverso il sostegno espresso a due personaggi, Arrigo Boito e Giuseppe Gallignani. Sarà infatti Gallignani che nel 1894, rinnovato lo statuto del Conservatorio alla cui direzione era giunto dietro l’autorevole consiglio di Verdi, volle che nell’ordinamento della scuola musicale figurasse anche la «Società dei Concerti del R. Conservatorio» con l’intendimento «di promuovere il culto della buona musica e di cooperare all’educazione artistica degli alunni». Tra le prime attività anche un congresso per le celebrazioni palestriniane caldeggiato da Verdi, utile, riteneva «ad aggiustare le nostre povere orecchie lacere dall’eccesso di dissonanze volute dai moderni».
Lucia Brighenti muove da questo avvio per scandire la lunga ricostruzione per segmenti cronologici che registrano le varie difficoltà del cammino: la sospensione nel 1901 per motivi economici, la ripresa nel 1906, quindi la pausa imposta dalla guerra. Nel 1924 la ristrutturazione dell’assetto societario porta alla creazione di un direttore artistico nella figura di Alfredo Barbagelata cui si deve un nuovo importante impulso testimoniato dalla presenza nei cartelloni di alcuni degli interpreti più prestigiosi. La guerra fermerà nuovamente l’attività nel 1942 che riprenderà nel 1947 con nuovo entusiasmo: saranno anni di straordinario fervore – nel 1951 i soci erano 1100 - attestati da programmazioni che vedevano la presenza dei maggiori concertisti, da Backhaus a Gieseking, da Rubinstein alla Schwarzkopf, senza dire delle nostre nuove leve destinate alla maggiore gloria internazionale, da Benedetti Michelangeli al Quartetto Italiano e il Trio di Trieste, per seguire poi con le nuove generazioni, dei Pollini, Accardo, Argerich fino ai giorni nostri quando nel 2007, difficoltà organizzative, legate al fatto che dalla ripresa postbellica la gestione era affidata esclusivamente alla passione disinteressata di alcune persone, indussero la Società a confluire nella «Solares Fondazione della Arti». L’occhio attento dell’autrice ripercorre anno dopo anno questa lunga vicenda ricreando il clima di ogni evento attraverso le testimonianze della critica e una documentazione grazie alla quale possiamo ricostruire l’evoluzione di una storia che è storia della nostra città, nel trascolorare di luci e ombre che ha contrassegnato il cammino di un secolo, dal clima un po’ intorpidito che avvolgeva la cultura musicale sul finire dell’ottocento alle aspirazioni a quel rinnovamento che trovava nel giovane Pizzetti un ideale entusiasmo, a testimoniare il malessere di nuove generazioni: è lo scenario non sempre tranquillante entro il quale ha operato la Società dei Concerti, filo conduttore pur nell’andamento talora sussultante di quel flusso vitale di cui la musica è segnale ineludibile: anche dei turbamenti che in maniera via via più sensibile accompagnano il nostro tempo.

La Società dei Concerti di Parma
Silva Editore, pag. 388, euro 20,00

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