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Quattro artisti a Mercanteinfiera

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In attesa di una mostra completa sulle Arti a Parma nell’Ottocento e nel Novecento, data la chiusura temporale dei due secoli, esaustiva di tutte le personalità, anche minori, per rappresentare così quel lavoro silenzioso, non sempre incisivo della realtà, e di ripristinare un rapporto fra le generazioni odierne e un passato non da commemorare, ma da conoscere per ricominciare a progettare, si fanno tentativi come questo che si prefigge due scopi principali.
Il primo far tornare «in comunità» le opere ed i loro artefici, sottraendoli al silenzio e all’isolamento in cui sono stati deposti da decenni; il secondo di consentire loro, presentate in una “mostra-mercato”, di tornare ad avere anche una valutazione economica e di sondare di conseguenza il grado della loro comprensione ed approvazione. Un tentativo destinato a ripetersi con altri artisti negli anni futuri, in modo da ripristinare il polso di una situazione latente che indica una, ormai, lunga disaffezione per questo genere di questioni. (...) Ripensare le arti del Novecento a Parma significa anche riproporre all’attenzione il ruolo degli artisti in una comunità, con un duplice scopo: riportare a memoria pagine d’arte e sottoporle a nuovi acquirenti, perché ogni soluzione torni in circolo, parli ancora. È estrazione dalla dimenticanza personale e collettiva.
L’occasione sarà dunque propizia per riappropriarsi di esperienze figurative rappresentate, per ora, da quattro artisti diversi che hanno attraversato parte o quasi per intero, il secolo scorso.
Altre opere e artisti riemergeranno e andranno a completare un mosaico complesso, che intende andare oltre le pur benemerite esplorazioni precedenti, anche con la loro riproposta sul mercato dei collezionisti. Iniziativa resa possibile grazie agli eredi e ad un vecchio collezionista, che hanno condiviso l’idea che i dipinti rigenerassero il dialogo e stimolassero una continuità culturale a partire dal territorio che li ha generati e fossero presentati in un contesto specifico degli scambi moderni, come una «fiera», che si rinnova sottoponendo al vaglio contemporaneo scelte e realizzazioni artistiche e artigianali di varietà identità stilistica, mai seriale.
Paolo Baratta, Latino Barilli, Enzio Bioli, Giovanni Voltini, artisti assai diversi ma con una propensione comune: quella di trasmettere i valori dell’arte come ricerca e fuga dalle istanze banali del loro tempo, come affermazione inedita di tematiche, tecniche, strutture e abilità di mestiere.
Parma non è mai stata Parigi, né Roma, né Firenze. Ma questo è stato un bene, perché ha mantenuto una sua specificità, anche se non è mai mancato lo sguardo sulle esperienze esterne, che ne hanno rafforzato la tradizione, che è per sua natura solo evolutiva.
Per i decenni centrali del Novecento, poteva apparire limitativo, ma agli occhi di oggi che cerano ancoraggi sicuri, l’identità è premessa per uscire dal mondo asfittico di un’arte che allora, come oggi, doveva rispondere e costruire il suo tempo. Aspetti significativi che emergono dalle quaranta opere esposte, dalle quali non fuoriescono risposte assolute, ma testimoniano comunque, un percorso interessante, e una ricerca individuale incessante, che ha ambito da sempre a più vaste platee.
 

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