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Pollock, l'esplosione della libertà

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Pier Paolo Mendogni
 Tra i personaggi che nel ventesimo secolo hanno maggiormente contribuito a cambiare il corso della storia dell’arte spicca con straordinario rilievo Jackson Pollock (1912-1956) che dopo il secondo conflitto mondiale ha fatto spostare il baricentro della cultura dall’Europa agli Stati Uniti superando i pur sorprendenti movimenti della prima metà del Novecento con la piena libertà gestuale, una forte carica di energia creativa e una spiritualità che ha coinvolto numerosi artisti che hanno fatto parte negli anni Cinquanta della cosiddetta Scuola di New York, pur con personalità diverse per cultura e per linguaggio espressivo. Alcuni critici li hanno etichettati come Espressionisti Astratti ma è una definizione limitativa e in diversi casi inesatta, così la splendida mostra in corso a Milano – organizzata dal Comune col sostegno di Arthemisia Group e di 24 Ore Cultura a Palazzo Reale (fino al 10 febbraio) su quell’eccezionale periodo dell’arte statunitense – è stata intitolata «Pollock e gli irascibili. La scuola di New York».
 Irascibili perché dopo l’esperienza bellica non tolleravano più un’arte basata su vecchi canoni ma volevano un’arte libera, non più condizionata dalla politica, che desse spazio all’inventiva personale. Così i protagonisti dell’arte americana di quegli anni hanno esercitato un’enorme influenza in campo internazionale fino ai nostri giorni. Quei giovani innovatori, osteggiati da una parte della critica, hanno trovato un appoggio nel Whitney Museum di New York, fondato nel 1930 con lo scopo di raccogliere opere di artisti viventi, cosicché oggi si trova ad avere un eccezionale patrimonio storico ma anche finanziario in quanto pittori come Pollock, Rothko, De Kooning hanno raggiunto quotazioni di svariati milioni di dollari. E dal museo statunitense – che intrattiene eccellenti rapporti con Palazzo Reale - sono giunte le cinquanta opere di 26 artisti selezionate dai curatori Carter Foster e Luca Beatrice e riprodotte con rara fedeltà cromatica nell’elegante catalogo realizzato da 24 Ore Cultura. Jackson Pollock è un mito: è stato il primo vero artista autenticamente americano. Su di lui hanno influito inizialmente i grandi artisti europei – soprattutto cubisti, surrealisti, dadaisti – che si erano trasferiti negli Stati Uniti tra gli anni Trenta e Quaranta: lo si nota chiaramente nei lavori espositi di quel periodo coi palesi riferimenti a Picasso, Ernst, alla scrittura automatica. Ma dopo il 1945, quando si è trasferito in un vecchio fienile di Long Island, è avvenuta la svolta decisiva: ha rifiutato ogni contaminazione storica gettandosi con foga sulla tela stesa per terra (e non più sul cavalletto) e segnandola con gesti impetuosi alternati a pennellate più lente, a sgocciolamenti (dripping), creando capolavori di straordinaria tensione emotiva. «Number 17» del 1950 è uno zampillo di fantasiosa energia nell’oscurità dell’inconscio. Il grande «Number 27» è un capolavoro assoluto di tocchi lievi e frenetici che intessono trame coinvolgenti nella complice delicatezza dei rosa pallidi, dei giallini, dei bianchi, dei grigi argentati tra misteriose nere emergenze.
Su questa strada innovativa, libera, senza regole si sono incamminati tanti altri artisti seguendo due diverse direzioni: alcuni (come De Kooning, Kline) sono andati verso l’«Action Painting» che si esprime con la forza gestuale, altri (come Rothko) verso il «Color Field Painting» che si apre in campi di colore pregnanti di spiritualità. La mostra racconta la storia di questo periodo, anche con personaggi meno noti al grosso pubblico, in sette sezioni di cui le due iniziali sono dedicate a Pollock. Tra i primi ad aderire alla Scuola di New York è stato Robert Motherwell (1915 – 1991) che ama esprimersi in dimensioni monumentali e con forti contrasti cromatici tra bianco e nero (Number 1 – 1959) o rosso e giallo (The Red Kirt – 1947). Arshile Gorky (1904 – 1948) prima di diventare espressionista astratto è rimasto influenzato dal surrealismo come si nota in «The Betrothal». Una posizione particolare occupa Mark Tobey (1890 – 1976) che coniuga l’astrazione con sottili segni calligrafici che risentono della scrittura araba e persiana. Sul fronte opposto si colloca Franz Kline (1910 – 1962) che installa nello spazio bianco elementi strutturali di una forte identità. La forza del segno si unisce alla concitazione in Willem De Kooning (1904 – 1997), un altro sommo esponente dell’Action Painting che dipinge in bianco e nero paesaggi astratti e altri motivi dinamici, recuperando poi colori e figure: forme liquide e opalescenti nella magica «Door to the River», segni scattanti di carni rosate nella «Woman Accabonac». La forma viene pure recuperata, ma in termini biomorfici surreali, da William Baziotes (1912 – 1963) il cui linguaggio poetico si avvale di pochi colori tenui, sfumati; con Barnett Newman la tavolozza si riduce ancora e la superficie è suddivisa in linee verticali. Il cromatismo si riaccende con le armonie cromatiche di Morris Louis (1912 – 1962) e con le suggestive visioni liquide fitomorfe di Helen Frankenthaler (1928 – 2011) con la quale si entra nel terreno del Color Field che influenza Sam Francis (1923 – 1994) con le sue accensioni ai margini di un bianco di cristallina purezza. La rassegna si chiude col suggello di due «giganti»: Ad Reinhardt (1913 – 1967) con le sue minime variazioni cromatiche di forme geometriche in una sorta di rarefatta spiritualità e Mark Rothko (1903 – 1970) le cui incantevoli campiture calamitano lo spettatore nella profondità illuminante dello spirito.

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