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Arte-Cultura

La vendetta dell'uva

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Marta Silvi Bergamaschi
In un angolo del cortile, accanto al severo portone della cantina, erano due grandi catini di zinco che avrebbero dovuto contenere, insieme con acqua molto calda e sapone neutro, i piedi lunghi e bianchi di Amilcare e quelli scuri e pelosi di Oreste. Giovanna osservava con disappunto; i suoi nove anni non riuscivano a capire. Un cielo ottobrino, azzurro e pulito, calava nel cortile dove già, una sull’altra, attendevano parecchie casse contenenti gonfi grappoli di uva nera.
«E i filari?» chiedeva Giovanna alla mamma.
«Quando andrai in campagna troverai ancora gli ultimi grappoli: li hanno lasciati per te e per tua sorella. Non preoccuparti».
In cantina era già pronta «la mostadora»: una vasca rettangolare, bassa, con alcuni buchi su un lato da cui sarebbe uscito il sugo dell’uva. A Giovanna faceva impressione che l’uva, la splendida uva che ciondolava pigra dalle viti in grappoli turgidi di umori, raccolti in quel colore tra il blu scuro e il viola, finisse sotto i piedoni dei due uomini che l’avrebbero pigiata, devastata, uccisa per ricavarne il vino. I piedi? Possibile?
«Se li lavano -  diceva la mamma -  impiegano mezz’ora per lavarseli quei due bravi uomini». «Bravi… -  rispondeva testarda Giovanna - sono degli omicidi, uccidono quell’insieme di acini che è vissuto per tutta l’estate nei meravigliosi filari, insieme con piante di amarene e un maestoso noce. Si sta commettendo un grave peccato».  «Non si può ragionare con te -  rispondeva la mamma - non capisci il corso della natura. Sei ferma a immagini poetiche che devono assolutamente tradursi in realtà: la realtà è il vino e anche il sugo d’uva che ti piace tanto. Quello lo farò io. Ti sembro un’assassina?».
Giovanna si calmava. Aspettava che arrivassero Amilcare e Oreste, voleva osservare i loro piedi, voleva godersi il salto che facevano per entrare nella «mostadora»  e ridere, ridere benevolmente di quel loro ballo primitivo (ora su un piede ora sull’altro è la danza dell’uomo che è scalzo). «Così va bene -  esultava la mamma -  hai anche inventato una rima, così mi piaci. Occorre osservare il mondo con occhi buoni e riconoscenti».
Era ormai autunno; dai giardini usciva la testa colorata degli alberi: rosa, gialla, violacea. I colchici color lilla chiarissimo, quei piccoli, fragili fiori erano ormai sbocciati nei prati. Tra i borghi del paese vagavano profumi nuovi. Aveva ragione la mamma, pensava Giovanna, occorre gratitudine, amore e rispetto: per la terra che ci dona il pane, il vino, verdure infinite. Ci dona la vita. Era tutto più facile e più vero, a quei tempi, anche se più faticoso. I giorni trascorrevano con un loro sapore semplice e genuino. La sera calava su una stanchezza buona, ti avvolgeva poi un sonno quieto. Il succo d’uva, insieme con i graspi, era stato travasato nel grande tino a fermentare: per quanto tempo? Giovanna non lo sapeva. La cantina emanava veramente odore d’autunno.
Le scuole erano aperte e Cencio, il simpatico bidello, fischiava perché entrassimo, maschi e femmine, senza spintoni. Non fatevi male, diceva, c’è posto per tutti. Verso sera si giocava a palline in piazza della chiesa e giungeva fin lì l’odore del mosto. «Ma per le vie del borgo/ dal ribollir dei tini/ va l’aspro odor dei vini/ l’anime a rallegrar».  Recitava i versi a sua sorella che era spesso accanto a Giovanna. Era più piccola e anche più brava di lei. I versi li imparò immediatamente. 
«Sai -  le disse un giorno sgranando i grandi occhi scuri - che cosa mi ha raccontato la mia compagna di banco? Mi ha raccontato, senti che avventura, che un uomo s’affacciò sul tino in cui il mosto ribolliva e ci restò secco. Morto per le esalazioni».
Lo raccontarono al papà quando giunse l’ora di cena. «Poveretto -  disse con mestizia -  poveretto! Immagino non sappiate neppure il nome. Magari è una macabra invenzione di qualche ragazzo. Lo spero proprio». «Anch’io - esclamò la sorella –. Comunque, concluse Giovanna, in cantina non ci metto piede. Sciupare quei meravigliosi grappoli per far morire la gente. E’ una vendetta dell’uva, uno dei frutti che amo in modo particolare».
«Non dire sciocchezze»  concluse la mamma.
«Occorre una spiegazione - continuò il papà -. Sono i saccaromiceti, i microbi buoni, che trasformano lo zucchero dell’uva in alcol e in anidride carbonica. E può essere letale se la si respira a lungo. Non è quindi una vendetta. Tu, cara Giovanna, devi essere meno fantasiosa.
«Sono come sono -  rispose lei - ; in cantina, comunque, non ci andrò affatto».
 

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