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Clelia, una Farnese ritrovata

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Pier Paolo Mendogni

«Fu questa la più bella donna che si trovasse a suo tempo, et fu figliola del Cardinal Alessandro Farnese, del quale si soleva dire, che tre cose estremamente belle haveva questo cardinale, che era quasi impossibile di poterle arrivare. Queste erano il Palazzo de’ Farnese, la Chiesa del Giesù da lui fabbricata, et la Sig.ra Clelia sua figliola» così scriveva nel suo diario il 13 settembre 1613 Giacinto Gigli a commento della morte a 56 anni di Clelia Farnese, dama di straordinaria avvenenza e di un forte carattere, per vari anni affascinante protagonista sulla scena romana, scomparsa poi tra le pieghe della storia da cui è riemersa grazie a Gigliola Fragnito, che ne ha ripercorso la travagliata vicenda umana con rigore storico e con avvincente ritmo narrativo, inquadrandola nella complessità di una società nella quale, dietro il rigore imposto dai pontefici controriformisti, si tramava per la conquista di prebende e poteri e l’aristocrazia viveva con lusso sfrenato tra feste, gioco d’azzardo, cacce, amori extraconiugali, interesse per costosi pezzi antiquari, raccontata con brillante incisività nel libro edito dal Mulino col titolo «Storia di Clelia Farnese. Amore, potere, violenza nella Roma della Controriforma».
Gigliola Fragnito, già ordinaria di Storia moderna all’Università di Parma, ha scritto altre opere sul periodo controriformista. Questa volta la sua attenzione si è concentrata su un singolo personaggio che ha ricostruito con un minuzioso studio dei documenti – lettere, pubblicazioni, pasquinate – e che ha inquadrato con sguardo acuto in una società particolarmente attenta alla forma dietro la quale si celavano conflitti, violenze, azioni spregiudicate cosicché la storia assume talvolta gli aspetti di un giallo intrigante.
Già l’origine di Clelia è avvolta nel mistero: si sa che è nata il 22 ottobre 1557 ma non si conoscono né il luogo né il nome della madre. Il padre era Alessandro Farnese (1520-1589), creato cardinale a 14 anni dal nonno Paolo III. La bimba forse venne allevata dalla nonna Gerolama Orsini, moglie di Pier Luigi Farnese primo duca di Parma, che viveva nel ducato di Castro. La sua esistenza veniva tenuta nell’ombra dal padre – denominato il «gran cardinale» per la sua potenza politico-finanziaria e il suo mecenatismo – in quanto mirava al trono papale e dall’ombra usciva verso i nove anni quando la si prendeva in considerazione come «pedina» da usare per un matrimonio utile ai fini dell’ascesa pontificia.
Così a nove anni Clelia veniva portata nel palazzo dei Cesarini, famiglia dell’antica nobiltà romana, per dare il consenso alle nozze con Giovan Giorgio, più anziano di lei di otto anni, destinato a succedere al padre nella carica prestigiosa di gonfaloniere del popolo romano. Il matrimonio veniva celebrato il 13 febbraio 1571 a Rocca Sinibaldi, feudo dei Cesarini, senza un lusso particolare per adeguarsi al clima di austerità imposto da Pio V e anche l’ingresso a Roma avveniva in sordina, di sera. Giovan Giorgio aveva modi rozzi anche nei rapporti col suocero; il gran cardinale a sua volta avrebbe voluto una figlia più assidua nella forme devozionali.
Nove mesi dopo il matrimonio nasceva una bimba che viveva pochi giorni. L’anno seguente arrivava il maschio, Giuliano, che sarà l’unico erede. Giovan Giorgio viveva al di sopra dei propri mezzi mantenendo una vasta corte di «ufficiali» e servitori e perdeva quattrini al gioco e con le donne: Clelia non sopportava i tradimenti del marito e non si rassegnava al ruolo di moglie sottomessa come la esortavano teologi, giuristi e moralisti. Era una donna impulsiva, piena di dignità. Anche i rapporti col padre non erano buoni perché non si piegava alla logica della strategia famigliare.Delusa, malata, nel 1580 si recava a Pesaro dalla zia Vittoria, con la quale aveva uno splendido rapporto affettivo, e lì recuperava salute e bellezza – come testimoniano i ritratti di Jacopo Zucchi e di Giovanni Pulzone – cosicché quando tornava a Roma, ammiratissima, diventava una delle attrazioni delle feste aristocratiche.
Nel frattempo il marito aveva stretto amicizia col cardinale Ferdinando de’ Medici (1549-1609), il più accanito antagonista del suocero cardinale Farnese: i due gareggiavano nell’ostacolarsi verso la vana corsa al pontificato, abbandonata nel 1587 dal fiorentino, nominato Granduca di Toscana. L’atteggiamento filomediceo del genero e il fascino della figlia venivano visti dal gran cardinale come ostacoli verso il papato e così cercava di intromettersi nella loro vita. Il 20 aprile Giovan Giorgio moriva, lasciando molti debiti: Clelia aveva 28 anni. Poco dopo si infittivano le voci di una passione del cardinale de’ Medici per la giovane vedova alla quale regalava «un gioiello con tre diamanti grandi, degli orecchini con ventisette diamanti e un pennacchio per il capo adorno di tre perle».
Il cardinale padre, allarmato, si affrettava a cercare per Clelia un marito lontano da Roma e lo trovava nel marchese di Sassuolo Marco Pio, un ventenne alto, robusto, donnaiolo e spendaccione, piuttosto screditato. Clelia recalcitrava e il padre nel giugno 1587 la faceva sequestrare e trasportare forzatamente a Rocca Ronciglione e di lì a Caprarola dove avveniva il matrimonio. In novembre la coppia si trasferiva a Sassuolo e ben presto il carattere brutale di Marco Pio si ritorceva su Clelia che invocava aiuto al cardinale Odoardo Farnese avendo «il viso rotto per le percosse del marito». E quando nel 1589 trovava Marco Pio a letto con una sua damigella, Clelia ammazzava la ragazza. Col passare degli anni prendeva a vivere con cristiana rassegnazione e alla morte del marito in un agguato (1599) si rifugiava nel Ducato di Parma nel monastero delle benedettine di San Paolo «il più bel convento che credo sia al mondo». Nel 1601 tornava nella sua Roma doveva morirà nel settembre del 1613 forse stroncata dal dolore per la prematura scomparsa del figlio Giuliano.

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