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Due fratelli, un solo destino

Due fratelli, un solo destino
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Anna Folli

Ci sono romanzi che, prima di essere scritti, rimangono nella mente dell’autore per molti anni. E quando arrivano a noi, sono come un frutto perfettamente maturo, che ha trovato nutrimento nelle esperienze esistenziali e intellettuali di chi li ha tenuti tanto tempo dentro di sé. Jhumpa Lahiri, premio Pulitzer nel 2000 con il suo libro d’esordio, «L’interprete dei malanni», ha iniziato a pensare a «La moglie» sedici anni fa. «Ero un’adolescente quando mio padre mi parlò di due fratelli, due bravi studenti cresciuti nel suo stesso quartiere di Calcutta, che durante gli anni dell’Università avevano aderito al nascente partito clandestino maoista e per questo, nel periodo della durissima repressione degli anni Settanta, erano stati fucilati dalla polizia in strada, davanti ai loro genitori. Nel racconto di mio padre, mi erano rimasti nella mente alcuni particolari che non sono più riuscita a dimenticare: tutto si era svolto in un giorno di fine ottobre, all’imbrunire, la madre era appena tornata a casa carica di pacchetti per festeggiare la ricorrenza del Durga Pujo, e i due ragazzi, nel tentativo di nascondersi, si erano rifugiati tra i folti giacinti d’acqua che in autunno crescevano negli stagni davanti alla loro casa. Partendo da queste immagini, ho iniziato a scrivere. Ma dopo poche pagine mi è sembrato che quella storia fosse al di fuori delle mie possibilità di giovane scrittrice. Ho deciso di aspettare. Cinque anni fa ho sentito che era il momento di ritornarci». In realtà Jhumpa Lahiri arricchisce e trasfigura quel ricordo. Nel suo romanzo, «La moglie» (Guanda, pag. 424,18,00) a morire è solo uno dei due studenti, Udayan, mentre Subhash lascia Calcutta per proseguire i suoi studi di oceanografia negli Stati Uniti. Ma il racconto inizia molto tempo prima, negli anni della lotta per l’indipendenza indiana e della Spartizione, quando Udayan e Subhash Mitra sono bambini. Sullo sfondo della grande Storia, Jhumpa Lahiri scrive pagine delicate e struggenti sullo strettissimo legame tra i due fratelli, così uguali nel fisico ma così diversi nel carattere: prudente e riflessivo il primo, impetuoso e idealista il secondo: «Non conosceva l’autocontrollo - scrive Jhumpa Lahiri parlando di Udayan – come un animale incapace di percepire certi colori». Subhash, invece, «si sforzava di minimizzare la propria esistenza, un po’ come altri animali si mimetizzano sulla corteccia degli alberi o tra i fili d’erba». Eppure, nonostante queste differenze, tra loro c’era un legame impossibile da spezzare: «Tu sei l’altra metà di me – dice Udayan a Subhash per impedirgli di partire –. E’ senza di te che non sono nessuno». Non saranno solo gli anni vissuti insieme a unire i due fratelli: c’è anche una donna, Gauri, che li sposa entrambi. Ma «La moglie» non è la storia di un triangolo. Non ci sono tradimenti, né gelosie. Semmai, per tutti, l’incapacità di dimenticare. Dopo la morte di Udayan, Subhash ritorna in India e conosce la giovane vedova, che attende un figlio da Udayan. Ed è per permetterle di lasciare Calcutta per il Rhode Island, dove potrà continuare i suoi studi di filosofia, che decide di sposarla e di crescere con lei una bambina, Bela, che non è biologicamente sua figlia, ma finirà per diventare la sua vera ragione di vita. E come in un sorta di rivincita genetica Bela, che non ha mai conosciuto il suo vero padre, ha inciso dentro di sé l’idealismo di Udayan, la sua voglia di migliorare il mondo, il suo bisogno di difendere i più deboli. Il tempo di Gauri, «la moglie», si è invece traumaticamente fermato in quel giorno di ottobre in cui Udayan è stato ucciso. Anche la sua capacità di amare si è cristallizzata in quel momento. Da allora, l’unica possibilità per continuare è spogliare la propria vita di ogni sentimento e scegliere la solitudine. Eppure, anche se Subhash, Gauri e Bela non sono mai stati uniti come una vera famiglia, i pensieri e i comportamenti di tutti e tre rimangono legati. Vivono sospesi tra due mondi, l’India e gli Stati Uniti, senza più appartenere né all’uno né all’altro Paese. Persino il paesaggio del Rhode Island, apparentemente così diverso e lontano, ricorda a Subhash i panorami del sobborgo di Tollygunge, a nord di Calcutta, dove lui e Udayan sono cresciuti. Nel campus di chimica oceanografica che si affaccia sulla baia di Narragansett, l’infinita laguna salmastra lo riporta alla pianura allagata davanti alla casa della sua infanzia, dove «i giacinti coprivano la superficie dell’acqua come un mantello bucherellato dalle tarme». In qualche modo Subhash riflette lo stesso spaesamento dell’autrice, vissuta negli Stati Uniti da genitori indiani, che della doppia identità ha fatto il tema centrale dei suoi libri. Pagina dopo pagina, Jhumpa Lahiri passa da un continente all’altro, da una generazione all’altra, utilizzando nei flash back il presente, che diventa il tempo soggettivo dei personaggi. Lo straordinario capitolo finale pare ripreso con una moviola capace di catturare ogni particolare della tragedia che cambia per sempre la vita di tutta la famiglia Mitra. «La moglie» è un grande romanzo epico, magistralmente costruito. Tutto ritorna, nel romanzo di Jhumpa Lahiri, attraverso i ricordi. «E’ grazie alla memoria che il passato esiste» scrive lo scrittore cinese Yan Lianke, come Lahiri finalista al Booker Prize. L’autrice riesce a riannodare con sapienza passato e presente, scavare nell’intimità dei personaggi aiutandoci a capirli nelle loro più segrete motivazioni. E scrive un grande libro, profondo, complesso e magnificamente scritto.

La moglie
Einaudi, pag. 424, euro 18,00

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