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Raymond Aron intellettuale scomodo

Raymond Aron intellettuale scomodo
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Sergio Caroli

Svetta tra i grandi del pensiero liberale Raymond Aron, scomparso il 17 ottobre di trent'anni fa. «Spectateur engagé» di fronte alle sanguinose tragedie del XX secolo, aprì il suo liberalismo a tutte le concezioni che potessero arricchirlo. «Quanto più si vuole essere obiettivi - disse - tanto piú è necessario sapere da quale punto di vista, da quale posizione ci si esprime e si considera il mondo». Dal 1940 al 1944 redattore capo del giornale «La France libre» a Londra, nel dopoguerra professore di sociologia alla Sorbona e al Collège de France, fu tra i fondatori, con Sartre, di «Temps modernes»; editorialista di «Combat», poi del «Figaro», analizzò i fenomeni sociali in costante dialogo con il pensiero, fra gli altri, di Durkheim, Simmel, Weber, Spengler, Toynbee, Marx. Venticinque i suoi volumi, fra cui: «L'oppio degli intellettuali», «Le tappe del pensiero sociologico», «Saggio sui marxismi immaginari», «Memorie». Sono a colloquio con la figlia di Raymond Aron, Dominique Schnapper, scienziato di fama mondiale: nel 2002 ha vinto il Premio Internazionale Balzan per la Sociologia.

Professoressa Schnapper, soprattutto a suo padre si deve la conoscenza in Francia dello storicismo tedesco. Qualcuno gli ha fatto carico di aver poi privilegiato lo studio delle società nella globalità dei loro insiemi rispetto all’analisi dei fatti concreti nella loro unicità ed irrepetibilità.
Ciò che lo caratterizza, al contrario  è la contemporanea fusione dell’analisi teorica o filosofica con i continui commenti delle situazioni storiche concrete, ciò che appariva la storia «in fieri». Come lei sa, è stato sia giornalista che teorico in campo filosofico e sociologico e fino all’ultimo dei suoi giorni non ha mai cessato di esaminare quotidianamente le situazioni storiche.

Di fronte a quali eventi si è rivelato particolarmente preveggente?
Durante gli anni che sono seguiti alla seconda guerra mondiale e fino alla rivoluzione ungherese del 1956 è stato praticamente il solo degli intellettuali di spicco in Francia a comprendere il carattere totalitario del regime sovietico e a denunciarlo. Il Partito comunista esercitava un tale fascino sul mondo intellettuale che persino coloro che non erano comunisti erano dei «compagni di strada» che non osavano opporsi ad esso e preferivano denunciare «l'anticommunisme primaire». Persino dopo il 1956 non è stato ben accolto nel mondo intellettuale perché accusato di essere anticomunista. 

Come sociologo Aron non ebbe simpatia per Pareto, riconobbe senza entusiasmi i meriti di Durkheim, mentre grande stima nutrì per Max Weber. Per quali ragioni?
Ha scoperto il pensiero sociologico durante il suo soggiorno in Germania e ha trovato in Weber - che giudicava geniale - il rigore dei concetti e contemporaneamente l’astrazione filosofica, oltre a un senso tragico dell’esistenza umana che era un’eco delle sue proprie concezioni. Ma occorre aggiungere che durante la sua vita ha condotto un dialogo robusto ma essenziale con Marx. Solo più tardi nella sua esistenza ha affrontato Tocqueville; lui stesso ha detto che il suo vero dialogo filosofico era con Marx e Weber, al quale occorre aggiungere Clausewitz.  

Che cosa resta di vivo e vitale nel saggio «Difesa dell’Europa decadente» del 1977?
Questo libro è stato scritto quando l’Unione sovietica era ancora forte e continuava a rappresentare un pericolo per l’Europa democratica. Oggi la situazione geo-politica è assai diversa. La democrazia è meno minacciata dal mondo esterno che non dalle proprie differenze. L’Unione sovietica aiutava la costruzione europea, poiché le democrazie erano unite dalla loro volontà di non divenire sovietiche. Esse non hanno più questa essenziale ragione per costruire l’Europa.

Secondo Aron, le rivoluzioni della storia si limitano a sostituire con la violenza un’élite con un’altra. Ma la Rivoluzione francese non sprigionò forse un grande rinnovamento in tutti i settori della vita umana?
Non era per lui una necessità ma un rischio. Nel caso della Rivoluzione francese, è chiaro che è l’invenzione della modernità e che è un grande evento che trasferisce la legittimità religiosa e monarchica verso la legittimità democratica.

Come caratterizza l’evoluzione dei rapporti personali fra suo padre e Jean Paul Sartre?
Sono stati amici prima della Guerra. Si sono ritrovati dopo la guerra con gioia, in ogni caso mio padre. I dissapori sono intervenuti rapidamente a causa della differenza di giudizio sul comunismo in un periodo nel quale le passioni erano molto forti. Ma le relazioni non erano simmetriche. Mio padre ha sempre serbato profonda amicizia e ammirazione per il suo antico «petit camarade», anche quando questi lo ha ingiuriato in diverse occasioni. Si sono fugacemente ritrovati durante la guerra del Vietnam, ma non c'è stata una ripresa dell’amicizia perché Sartre era già molto malato.

Quali aspetti del pensiero di suo padre hanno particolarmente influenzato le sue ricerche nel campo della sociologia?
Non posso rispondere a questa domanda perché la trasmissione è al contempo profonda e inconscia. La sua influenza è talmente interiorizzata che non sono in grado io stessa di coglierla. Spero che i miei lavori sulla cittadinanza, la democrazia, le identità ebraiche e l’integrità delle società moderne l’avrebbero interessato e le avrebbe giudicate degne di riguardi.

Quali sono le qualità umane che ha maggiormente apprezzato in lui?
Ha rappresentato un esempio di intellettuale affezionato sopra tutto alla verità, quale che ne sia il prezzo, e che al di sopra di tutto ha posto il sentimento della libertà.

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